Gli accordi patrimoniali tra coniugi: limiti all'autonomia privata e aperture verso gli accordi pre-matrimoniali

Gli accordi patrimoniali tra coniugi: limiti all

Gli accordi patrimoniali tra i coniugi sono le pattuizioni con cui questi dispongono dei loro reciproci rapporti economici, eventualmente contemplando l'evento della separazione o del divorzio. Essi non vanno confusi con le convenzioni matrimoniali, le quali, vincolate a particolari requisiti di forma a norma degli artt. 162 e seguenti del codice civile, costituiscono lo strumento con il quale i coniugi possono optare per il regime di comunione o separazione dei beni in costanza di matrimonio.
Tanto in regime di comunione legale quanto di separazione, i coniugi possono essere titolari di beni personali i quali possono, a loro volta, essere oggetto di negozi giuridici stipulati tra i coniugi medesimi, in attuazione del generale principio di autonomia contrattuale espresso dall'art. 1322 del codice civile.
Sono invece sottratti all'autonomia contrattuale i diritti e doveri derivanti in capo ai coniugi dal matrimonio, dalla separazione o dal divorzio. Diversamente da altri ordinamenti, specialmente di matrice anglosassone, in cui viene riconosciuta la possibilità di sottoscrivere dei prenuptial agreements prima del matrimonio, l'ordinamento italiano ad oggi non riconosce tale possibilità, conservando un'impronta di stampo pubblicistico in materia di diritto di famiglia. E' attualmente al vaglio della Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati una proposta di legge volta a garantire anche in Italia la valida stipula di tali accordi.

Gli obblighi patrimoniali dipendenti da separazione e divorzio
La crisi del matrimonio determina una situazione peculiare in seno alla coppia, presentando l'esigenza di ricalibrare gli assetti patrimoniali interni in considerazione dell'interruzione della convivenza, all'esito della separazione personale e dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio conseguente al divorzio. Dalla crisi dell'unione coniugale, infatti, discendono conseguenze non solo di ordine personale, bensì anche di ordine patrimoniale, come disciplinato dall'art. 156 c.c. con riguardo alla separazione e dall'art. 5 L. 898/70 con riguardo al divorzio.
In particolare, in sede di separazione è previsto un assegno di mantenimento a favore del coniuge a cui non sia addebitabile la separazione che non disponga di adeguati redditi propri, la cui entità è commisurata in base alle circostanze e ai redditi dell'altro coniuge, a carico del quale è posta la prestazione. In sede di divorzio, invece, i presupposti dell'assegno sono diversi e più analitici (vedi: approfondimento sull'assegno divorzile), dovendosi escludere l'identità tra le due prestazioni.
Ove ne sussistano i presupposti, dunque, il diritto al mantenimento e, successivamente, all'assegno divorzile, sono diritti patrimoniali che sorgono in virtù del vincolo matrimoniale, sebbene nel suo momento di evoluzione patologica.

Il procedimento che porta alla separazione o, in seguito, al divorzio, non ha necessariamente natura contenziosa. La legge prevede infatti la possibilità che i coniugi si separino consensualmente, sottoponendo il loro accordo sui profili personali e patrimoniali della separazione al vaglio del giudice. Analoga possibilità è prevista in sede di divorzio.
La sottoscrizione, da parte dei coniugi, di un accordo di separazione consensuale rappresenta un atto  di natura negoziale con cui gli interessati dispongono dei propri diritti sorti in conseguenza della cessazione della convivenza. L'art. 158 del codice civile, tuttavia, stabilisce che la separazione personale non ha effetto per il solo consenso dei coniugi, dovendo essere omologata dal giudice. Più in generale, tale norma si presenta come una specificazione del principio di cui all'art. 160 c.c., che detta l'inderogabilità – e quindi l'indisponibilità – da parte dei coniugi dei diritti e doveri previsti dalla legge per effetto del matrimonio. Il controllo giurisdizionale sottrae alla piena autonomia privata gli accordi di separazione, in primis con funzione di garanzia dell'interesse di eventuali figli della coppia e poi, in ogni caso, evidenzia il rilievo pubblicistico della solidarietà matrimoniale.
La recente riforma operata con il D.L. 12 settembre 2014, n. 132, convertito con modificazioni dalla L. 10 novembre 2014, n. 162, ha introdotto procedimenti alternativi per la separazione e lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio (e relative modifiche alle condizioni di separazione o divorzio), consentendo ai coniugi che intendano raggiungere una soluzione consensuale di ricorrere a convenzione di negoziazione assistita da almeno un avvocato per parte. E' altresì data la possibilità di presentare richiesta congiunta all'ufficiale dello stato civile, con l'assistenza facoltativa di un avvocato, a condizione che l'atto non contenga patti di trasferimento patrimoniale e che la coppia non abbia figli non pienamente autosufficienti.
In presenza di trasferimenti patrimoniali o di figli a carico della coppia, l'unica alternativa al procedimento innanzi al Tribunale rimane la negoziazione assistita, la quale prevede un giudizio di omologazione sull'accordo concluso soltanto in presenza di figli non pienamente autosufficienti. Negli altri casi è previsto un semplice nulla osta del procuratore della Repubblica, a fronte di un controllo di regolarità formale.
Tali procedimenti alternativi, sebbene consentano di derogare al controllo giurisdizionale sugli accordi di separazione, in assenza di figli non pienamente autosufficienti, non realizzano una piena liberalizzazione di detti accordi, che restano vincolati ad una procedura non priva di garanzie, essendo richiesta l'assistenza di almeno un avvocato per ciascuna parte. Resta comunque la possibilità per i coniugi di chiedere la revisione degli accordi qualora intervenga un apprezzabile mutamento delle circostanze di fatto.

La nullità degli accordi pre-matrimoniali
Gli accordi pre-matrimoniali sono i patti con cui i coniugi, prima di sposarsi o già in corso di matrimonio, regolano contrattualmente i propri obblighi reciproci connessi al matrimonio e derivanti dall'eventuale separazione o divorzio, accordandosi – possibilmente una volta per tutte – sull'assetto dei loro rapporti patrimoniali in caso di scioglimento del matrimonio.
Tali accordi, nell'ordinamento italiano, sono nulli perché contrari al principio di indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale, espresso dall'art. 160 c.c. a tutela del coniuge più debole.
La non derogabilità dei diritti e doveri spettanti ai coniugi per effetto del matrimonio può infatti estendersi ai diritti e doveri dipendenti dal suo scioglimento, pur mancando un riferimento espresso nel testo della norma.
Un diverso ordine di rilievi possono essere posti innanzitutto in ordine all'attualità degli atti dispositivi, che intervenendo in un momento antecedente la separazione o il divorzio investirebbero un diritto non ancora sorto, inoltre, con particolare riguardo all'attitudine permanente di detti accordi e alla loro forza preclusiva di un'eventuale richiesta di revisione, è possibile ravvisarne una violazione del diritto di difesa, previsto dall'art. 24 Cost.
Ulteriori ma non secondari rilievi riguardano i possibili effetti sulla libertà morale dei coniugi di accordi che disciplinano aspetti patrimoniali unitamente ad aspetti personali, riguardanti il loro status. La stipula di un accordo pre-matrimoniale potrebbe infatti realizzare una mercificazione dello status di coniuge, tramite la predisposizione di patti il cui contenuto sia tale da influenzare la libera determinazione di uno dei coniugi in merito all'opportunità di contrarre matrimonio o scioglierlo, vincolando il consenso alla percezione di un corrispettivo anziché alla pura affectio coniugalis. Infine, a prescindere dalla tutela della libertà morale dei coniugi, tale mercificazione di uno status personale sarebbe contraria all'ordine pubblico, comportando la nullità del contratto per illiceità della causa.
Apprezzando variamente i diversi rilievi in merito alla validità degli accordi pre-matrimoniali, la giurisprudenza della Corte di Cassazione si esprime in maniera costante dichiarandone la nullità. Tale conclusione, difficilmente discutibile de jure condito, con riguardo ai contratti che deducano in oggetto le obbligazioni sorte per effetto del matrimonio, merita di essere affiancata da un importante distinguo, fondato sull'esame dell'elemento causale dell'accordo.

La tipologia di accordi ammessa in giurisprudenza
Esclusi gli accordi che vertono sullo status di coniuge o che realizzano disposizione dei diritti derivanti dal matrimonio, residuano i contratti che i coniugi possono validamente stipulare in esercizio della loro autonomia privata, non dipendenti dalla qualità di coniuge e non riguardanti il regime di separazione.
In particolare, la Corte di Cassazione ha affrontato e risolto, con due pronunce dall'esito positivo, la questione se la crisi del matrimonio possa essere contemplata da un contratto tra coniugi, qualora non rientri nell'elemento causale dell'accordo ma sia posta soltanto in veste di condizione. Le due pronunce in esame, Cass. n.  23713/12 e Cass. n.  19304/13, prendono in esame casi simili: nel primo caso di nubendi concludevano un contratto a prestazioni corrispettive, una delle quali sottoposta a condizione sospensiva, consistente nel fallimento del matrimonio. Analoga condizione era prevista nel secondo caso, avente invece ad oggetto invece la restituzione di somme date a mutuo.
In entrambi i casi, la Suprema Corte ha chiarito che tali accordi non comportano disposizione dei diritti dei coniugi conseguenti al matrimonio, bensì hanno ad oggetto prestazioni patrimoniali all'interno di un contratto a natura sinallagmatica (nel primo caso) o di un contratto tipico (nel caso del mutuo). Tali contratti sono quindi indipendenti, nel loro elemento causale, dal vincolo matrimoniale, sussistendo un equilibrio tra le prestazioni indipendentemente dall'elemento accessorio della condizione. L'eventuale scioglimento del matrimonio, all'interno di detti contratti, viene in rilievo quale evento futuro ed incerto a cui le parti concordemente hanno ricollegato un determinato effetto giuridico. A tal fine esso va valutato come fatto storico, non come fonte di obbligazioni, oneri e diritti che rimangono estranei all'oggetto del contratto in questione.

L'indirizzo introdotto con queste sentenze, sebbene introduca un importante distinguo evitando di attrarre indebitamente pattuizioni di altra natura nella sfera degli accordi pre-matrimoniali, non costituisce affatto uno sdoganamento di questi ultimi né si presta a suggerire un escamotage per dare diversa veste, in via abusiva, a patti contrari a norme imperative o all'ordine pubblico.
I prenuptial agreements di matrice anglosassone richiederebbero quindi un intervento di riforma da parte del legislatore, per poter aver efficacia nel nostro ordinamento.

La proposta di legge per l'introduzione dell'art. 162-bis c.c.
La proposta di legge n. 2669 a firma Morani-D'Alessandro, presentata alla Camera dei Deputati il 15 ottobre 2015 e attualmente in esame presso la Commissione Giustizia della Camera, avrebbe l'obiettivo di facilitare la gestione del patrimonio delle coppie in occasione dello scioglimento del matrimonio, della cessazione dei suoi effetti civili o della morte di uno dei coniugi. Scopo della proposta di legge è infatti fornire ai futuri coniugi una più ampia autonomia nel momento che precede il matrimonio, consentendo loro di disciplinare i reciproci rapporti personali e patrimoniali nell'eventuale fase della separazione tramite un'apposita convenzione.
Superando l'attuale regime di nullità dei prenuptial agreements, la proposta di legge ruota intorno all'introduzione, all'interno del codice civile, dell'art. 162-bis, il cui testo, finalizzato a disciplinare questo tipo di accordi, ne regolerebbe gli elementi essenziali. Stando al testo della proposta, per la validità degli accordi pre-matrimoniali sarebbe richiesta la forma dell'atto pubblico, con espresso richiamo all'art. 162 c.c. (il quale detta la forma per le convenzioni matrimoniali) o, in alternativa, la stipula di una convenzione di negoziazione assistita da uno o più avvocati a norma del D.L. 12 settembre 2014, n. 132, convertito con modificazioni dalla L. 10 novembre 2014, n. 162. Sono previsti inoltre limiti alle facoltà dispositive dei coniugi, che non possono assegnare all'altro coniuge più di metà del proprio patrimonio per effetto di detti accordi e non possono rinunciare al diritto agli alimenti a norma dell'art. 433 c.c., anche qualora rinuncino all'assegno di mantenimento in sede di separazione. E' fatto espresso richiamo, a fini di salvaguardia, all'art. 143 c.c., contenente l'elencazione dei diritti e doveri reciproci dei coniugi in costanza di matrimonio, in modo da sottolinearne l'inderogabilità e orientare le disposizioni dei coniugi prevalentemente all'ambito patrimoniale. E' richiesta la preventiva autorizzazione del Giudice per le convenzioni riguardanti figli minori o economicamente non autosufficienti. Inoltre, in deroga al divieto di patti successori e alle norme in tema di riserva del coniuge legittimario, è data la possibilità di disporre anche per la successione di uno o di entrambi i coniugi, fermi i diritti degli altri legittimari.
Completano la proposta di riforma l'inserimento di appositi richiami nel testo dell'art. 156 c.c. e l'inserimento dell'art. 6-bis all'interno della L. 898/70, il primo apparentemente finalizzato a sancire un regime di sussidiarietà della procedura di separazione giudiziale rispetto all'applicazione degli accordi di cui all'art. 162-bis, il secondo istituendo l'obbligo di tener conto di tali accordi nei confronti del Tribunale adito al fine di pronunciare con sentenza lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio.
Contro allo scetticismo di chi sostiene che l'introduzione di tali accordi incentiverebbe il numero (già alto) di separazioni o istituirebbe un vero e proprio “commercio di status”, si esprimono i rilievi dei promotori della riforma, i quali ne sottolineano l'aspetto di maggior pregio, consistente nell'opportunità di prevenire il contenzioso gestendo anticipatamente e consensualmente i rapporti patrimoniali tra i coniugi ed evitando che la negoziazione di tali rapporti abbia luogo nel momento acuto della crisi del matrimoniale, in presenza di reciproche recriminazioni e rivendicazioni che spesso rendono spesso difficile raggiungere un accordo.
In ogni caso, si può notare che con la L. 20 maggio 2016, n. 76, istitutiva delle unioni civili, il legislatore è intervenuto dando, al co. 36, una definizione della convivenza di fatto e tipizzando, ai commi 50 e seguenti, il contratto di convivenza. La stipula di tale contratto, a discrezione delle parti, è finalizzata a regolare gli aspetti patrimoniali derivanti dalla vita comune della coppia di fatto, ma la legge non esclude né limita il contenuto di eventuali clausole predisposte in funzione della cessazione della convivenza.
All'interno di un clima socio-culturale che tende a sfumare le differenze tra matrimonio e convivenza more uxorio, di fatto promuovendone l'equiparazione, c'è spazio per affermare il diritto delle coppie sposate di godere degli stessi strumenti di autonomia negoziale garantiti alle coppie di fatto, a patto – tuttavia – di non far perdere rilevanza giuridica all'istituto del matrimonio, il quale, trovando specifica tutela nell'art. 29 della Costituzione, giustifica la conservazione di un regime differenziato, a maggior tutela del coniuge più debole.