asta giudiziaria

Asta giudiziaria: una procedura aperta a tutti

Spesso e volentieri sentiamo di persone che hanno concluso affari d’oro approfittando di un’asta giudiziaria, tanto che la possibilità di acquistare un bene costoso come un immobile attraverso un’asta giudiziaria tenta un po’ tutti! Le aste giudiziarie, però, richiedono molta attenzione e l’acquisto di immobili attraverso di esse è impegnativo per una famiglia, quindi è bene saperne il più possibile!

Andiamo con ordine: cos’è un’asta giudiziaria?

Un’asta è una vendita pubblica di beni al miglior offerente. Il caso che ci interessa vede i beni presi in carico dall’autorità giudiziaria e venduti nell’ambito di un procedimento esecutivo, come ad esempio il pignoramento di un immobile o una procedura concorsuale come un fallimento.

Piccola curiosità: l’etimologia del nome “Asta” deriva dal latino “Hasta”, letteralmente “Lancia”, perché in età romana si piantava una lancia dove la vendita aveva luogo. 

Come posso partecipare a un’asta giudiziaria, e come posso gestirla al meglio?

Prima di tutto devi venirne a conoscenza! Ci sono vari modi per informarsi, come:

  • consultare siti internt specializzati in materia, come quello del tribunale nel cui circondario sono ubicati gli immobili.
  • prendere visione delle pubblicazione negli spazi destinati all’affissione, talvolta degli stessi immobili messi in asta. Spesso gli organi preposti, però, non prevedono questo tipo di pubblicazioni. 
  • Individuare le pubblicità delle vendite sui quotidiani. 
  • Prendere visione degli avvisi di vendita direttamente presso la Cancelleria del Tribunale

Presso la Cancelleria è depositata anche una relazione di stima relativa all’immobile, realizzata dal Consulente Tecnico d’Ufficio: è sempre bene farsene dare una copia per sottoporla a un tecnico di fiducia che valuti la convenienza dell’acquisto.

È essenziale conoscere a fondo le caratteristiche del bene, come lo stato di conservazione, se è occupato dal debitore o meno, ed è sempre una buona idea fare un sopralluogo dell’edificio

L’asta è aperta a tutti, eccezion fatta per il debitore, anche se i suoi parenti, moglie o figli, possono partecipare. La partecipazione è ammessa sia direttamente che per procura, tramite un avvocato. 

Attenzione, però: se si si decide di far partecipare qualcun altro all’asta al proprio posto, costui dovrà chiarire presso la Cancelleria del Tribunale entro tre giorni dall‘incanto il nome della persona per cui si deposita l’offerta. Il mandato dovrà essere depositato, altrimenti l’aggiudicazione diventerà definitiva a nome del procuratore.

Le aste possono essere di due tipi: senza incanto o con incanto.

La vendita senza incanto è un’asta che si svolge a porte chiuse, senza la presenza fisica degli offerenti, tramite la presentazione di offerte.

A livello pratico prevede prima di tutto il deposito in Cancelleria (o solitamente presso il Custode Delegato dal Giudice alla vendita) di uno scritto in forma libera in cui è necessario indicare:

  • i propri dati anagrafici
  • l’immobile che si intende acquistare
  • l’indicazione del prezzo di acquisto che si propone, il modo in cui si intende pagare e la data in cui si intende saldare (entro 120giorni) e dell’ordinanza di vendita.

L’offerta, corredata delle marche richieste, deve essere completata da un assegno circolare a titolo di cauzione (o altra modalità stabilita dal bando di vendita).

Tutto deve essere inserito in una busta chiusa e depositato alla Cancelleria delle Esecuzioni Immobiliari del Tribunale (o presso il Custode Delegato alla vendita) nel cui circondario si trova l’immobile. Il cancelliere, ricevendo la busta, appone alcune annotazioni all’esterno in modo da identificare di quale procedura si tratta. 

Le buste pervenute devono essere conservate dalla cancelleria, e aperte, quindi, dal Giudice (o dal Custode Delegato) all’udienza fissata per l’esame delle offerte. Se ci sono più offerenti, il Giudice dell’esecuzione invita gli offerenti a una gara sull’offerta più alta. 

Inoltre, quando il Giudice dell’esecuzione dà luogo alla vendita, stabilisce con decreto tutte le modalità per il versamento del prezzo e il termine entro il quale deve essere effettuato il saldo. A volte viene concesso un pagamento rateale. Si può acquistare un bene all’asta anche attraverso un mutuo e con le c.d. „agevolazioni prima casa“ ove ricorrano i requisiti.

Infine, avvenuto il versamento, il Giudice emette un altro decreto per il trasferimento del bene espropriato al nuovo acquirente, e ingiunge al debitore o al custode di rilasciare l’immobile venduto. Questo costituisce titolo esecutivo per il rilascio. 

La vendita con incanto, invece, prevede la partecipazione diretta alla gara.

Non si presenterà, quindi una busta chiusa. Nel provvedimento con il quale il Giudice dell’esecuzione ordina l’incanto, si stabiliscono:

  • prezzo base dell’incanto
  • giorno e ora dell’incanto e le forme di pubblicità
  • la misura minima dell’aumento delle offerte
  • la cauzione da versare, che verrà poi restituita a chi non vincerà la gara.

La gara in sé si svolge molto velocemente: le offerte, per essere valide, devono superare il prezzo base o l’offerta precedente nella misura minima indicata. Tra un’offerta e l’altra non deve trascorrere più di uno/due minuti (il tempo è stabilito prima dell’apertura dell’asta), altrimenti l’ultima offerta fatta diviene definitiva. 

Una volta conclusa l’asta, il vincitore viene definito “aggiudicatario provvisorio”. Questo perché vengono ancora concessi dieci giorni di tempo per avanzare ulteriori offerte, che però devono superare di un quinto il prezzo raggiunto nell’incanto. 

Trascorsi, infine, dieci giorni dall’aggiudicazione senza ulteriori offerte, l’aggiudicatario diventa definitivo… e può tirare un sospiro di sollievo!

Solo il Tribunale si occupa della vendita all’asta?

No: recentemente, è stata introdotta nel nostro ordinamento la possibilità per il giudice di delegare le operazioni di vendita dei beni mobili registrati e dei beni immobili . Inizialmente, questa possibilità è stata attribuita solo ai notai, ma successivamente è stata estesa anche ad avvocati e commercialisti iscritti ad appositi elenchi.

Ovviamente, la partecipazione del professionista al processo esecutivo rimane soggetta alla direzione del Giudice, al quale spetta la definizione dell’ambito delle funzioni delegate e la risoluzione delle controversie che possano sorgere. 

La procedura di partecipazione a un’asta giudiziaria è comunque qualcosa di laborioso e difficile!

Affidarsi a un professionista può essere la soluzione ideale! Scopri come funzionano gli istituti di Rappresentanza e Procura!

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Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Alberto Padoan.

rappresentanza e procura

Rappresentanza e procura: uno sguardo alla legge

Spesso, per portare a termine operazioni o affari per cui non possediamo la preparazione tecnica adeguata, abbiamo bisogno del supporto di un esperto. 

È in questo caso che subentra il concetto di “Rappresentanza”, ossia il concetto giuridico che prevede che un soggetto agisca per conto e nell’interesse di un altro

La terminologia, fra il concetto di rappresentanza, procura o mandato, rischia spesso di generare confusione. Cerchiamo allora di comprendere in cosa consista la materia e dotarci sia di un glossario che di una comprensione di base di come questi meccanismi giuridici funzionino. 

Rappresentanza

Innanzitutto, definiamo il concetto stesso di “rappresentanza”: sussiste nel momento in cui un soggetto ha il potere di compiere uno o più atti giuridici nell’interesse di un altro soggetto. Si parla quindi di Rappresentante nel caso di colui che compie l’atto, e di Rappresentato nel caso di colui nel nome del quale l’atto viene compiuto

Il potere che il Rappresentato attribuisce al Rappresentante è detto “Rappresentanza volontaria.”

Procura o Delega

L’atto giuridico con cui il rappresentato attribuisce al rappresentante il potere di rappresentanza per il compimento del negozio giuridico è detto Procura o impropriamente Delega. La Procura è un atto unilaterale attraverso il quale il rappresentato dichiara che sussiste un rapporto di rappresentanza verso terzi soggetti. In soldoni, si tratta di una dichiarazione con la quale il rappresentato dichiara che per un determinato affare il rappresentante agirà a suo nome nei rapporti con terze parti.

Mandato

Il Mandato è , diversamente dalla procura, un vero e proprio contratto fra due parti, in cui un soggetto (o mandatario) si obbliga a compiere uno o più atti giuridici in nome di un secondo soggetto (o mandante). 

Il mandato può essere con o senza rappresentanza: quando il mandato è con rappresentanza, il mandatario dichiara di agire in nome e per conto del mandante nel compimento del negozio giuridico. Questo significa che gli effetti del negozio concluso ricadono direttamente in capo al mandante. Nel caso di mandato senza rappresentanza, invece, è necessario che il mandante dia l’autorizzazione personalmente alla conclusione del negozio.

Falsus procurator

La legge contempla anche la figura del Falso Procuratore, ossia un caso di rappresentanza senza potere. Nel caso del Falsus procurator, il rappresentante agisce del tutto privo della procura. Può verificarsi anche caso in cui il rappresentante, pur avendo la procura del rappresentato, agisca eccedento i limiti della procura stessa e quindi esorbitando i suoi poteri.

Questo caso si può presentare quando un terzo soggetto conclude un contratto con un rappresentante che non ha poteri per farlo. 

In questo caso, il contratto è inefficace: non si producono gli effetti in capo a nessuna delle parti.

Inoltre, il Falso Procuratore è tenuto a risarcire gli eventuali danni che il terzo contraente possa subire dopo aver stipulato il contratto, confidando nel suo buon esito, purché questi ignorasse la mancata procura. 

La legge prevede infatti che il terzo contraente abbia l’onere di controllare la legittimazione della controparte e richiedene prova. Nel caso in cui, infatti, ci si presentasse davanti un soggetto che asserisca di agire per procura rispetto a un altro soggetto, noi saremo tenuti a controllare e richiedere la prova che questo sia vero per poter essere pienamente tutelati. 

La Ratifica

Può darsi il caso in cui un contratto concluso da un falso procuratore rientri nell’interesse del falsamente rappresentato. In questo caso, questi avrà interesse ad accettare l’operato del falso procuratore.

Per fare ciò dovrà porre in essere una ratifica: un atto in cui il falso rappresentato dichiara di accettare l’atto del falso procuratore ed appropriarsi dei suoi effetti. Pertanto, si sana l’eccesso o il difetto di potere del falso procuratore, e si accetta il contratto già stipulato senza la necessità di realizzarne un altro. 

La ratifica produce i suoi effetti dal momento in cui il terzo soggetto (il contraente del contratto) ne viene a conoscenza. La ratifica può essere espressa sia verbalmente che per iscritto e anche tacitamente per fatti concludenti, ossia quando il falsamente rappresentato non fa nulla per rifiutare il contratto stipulato.

E dal punto di vista formale?

Che forma deve avere una procura?

Il codice civile dispone che la procura debba avere la stessa forma richiesta per il negozio principale

Quindi, nel caso in cui il contratto da concludersi richiede una forma scritta per essere valido, sarà necessaria una procura in forma scritta. In tutti gli altri casi è sufficiente che, davanti ai terzi, sia chiaro e non equivocabile che il rappresentante sta agendo nel nome del rappresentato. 

Il fatto di agire in nome del rappresentato prende il nome di “Contemplatio Domini”.

Vuoi approfondire il concetto di rappresentanza legale?

Leggi il nostro articolo sul difensore d’ufficio!

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Articolo scritto in collaborazione con la dottoressa Giulia Piccolo

vendere un immobile

Vendere un immobile per una persona soggetta ad amministratore di sostegno: come si fa?

I casi della vita, si sa, sono virtualmente infiniti. Attraversiamo tutti periodi più o meno floridi, può capitare che abbiamo energie troppo scarse per godere o anche solo per gestire i beni di cui disponiamo, o viceversa. Può capitare che di dover vendere un immobile per pagare la retta della casa di riposo, o per evitare di lasciarla all’incuria, oppure semplicemente perché non ne vogliamo più disporre.

Si tratta di qualcosa che chiunque ha il diritto e la capacità di fare in ogni momento della propria vita… oppure no? Esistono dei casi in cui anche un’operazione così semplice diventa complessa, e in quel caso conoscere la legge è sempre un’ottimo spunto di riflessione: il caso in cui a voler vendere un immobile sia una persona sottoposta ad amministrazione di sostegno.

Vendere un immobile di una persona soggetta ad amministrazione di sostegno: perché?

Può capitare che la persona soggetta ad amministratore di sostegno abbia la necessità di vendere una sua proprietà immobiliare per poter incamerare delle somme di denaro che le consentano di far fronte alle proprie spese ordinarie. Ad esempio il pagamento di debiti rilevanti accumulati in precedenza, la retta della casa di residenza per anziani ove è ospitata, o altre necessità a cui far fronte grazie a una disponibilità immediata di denaro.

Si può verificare anche la situazione in cui il beneficiario sia comproprietario di un immobile con altri soggetti e che questi decidano di volerlo vendere. In queste situazioni, il beneficiario dovrebbe potersi recare da un notaio per stipulare l’atto di vendita dell’immobile o della quota di proprietà senza alcun impedimento. Ma questo è possibile nel momento in cui si tratta di una persona sottoposta ad amministrazione di sostegno?

Vendere un immobile di una persona soggetta ad amministrazione di sostegno: come fare?

La questione è molto complessa, e deve la sua complessità alla natura stessa degli atti che ci si accinge a fare. Infatti, gli atti di disposizione, nonché la costituzione, modifica o cancellazione di diritti reali su beni immobili costituiscono atti di straordinaria amministrazione.

La complicazione consiste nel fatto che la persona soggetta ad amministrazione di sostegno solitamente non può compiere tali atti né può farlo il suo amministratore di sostegno. Questo a meno che il giudice tutelare non abbia dato in precedente la sua esplicita autorizzazione.

La legge prescrive infatti la necessaria autorizzazione del giudice tutelare per l’alienazione di beni, la costituzione di ipoteche o pegni, il procedere a divisioni o promuovere i relativi giudizi, fare compromessi e transazioni o accettare concordati.

L’articolo a cui ci si riferisce, il 375 c.c., si riferisce all’attività del tutore. Esiste però un altro articolo, il 411 c.c. , che ne estende l’applicabilità anche all’amministratore di sostegno.

All’atto pratico: cosa può fare un amministratore?

Qualora un beneficiario necessiti di vendere un bene, oppure una quota di proprietà di detto bene, l’amministratore di sostegno dovrà preventivamente rivolgere un’istanza al giudice tutelare. Questo affinché autorizzi lo stesso amministratore a procedere alla vendita del bene. Il decreto di autorizzazione, poi, andrà consegnato al notaio che si incarica del rogito, che lo allegherà all’atto di vendita.

L’amministrazione di proprietà per conto terzi è una materia complessa!

Per questo occorre trattare l’argomento con tatto nella più rigorosa osservanza della legge. Ecco perché è sempre necessario rivolgersi a un legale!

Rivolgiti al nostro studio per qualsiasi necessità: la prima consulenza è senza impegno.

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Alberto Padoan

Trattamento dei dati personali

Il trattamento dei dati personali: esigenza e garanzia per l’impresa e per il cittadino!

Chi di noi non è stato tempestato da messaggi pubblicitari inopportuni su ogni mezzo di comunicazione a disposizione? Chi non ha ricevuto chiamate da call center in orari improponibili, o ricevuto email spam? Cose simili avvengono con cadenza quotidiana a tutti, tanto che ormai non ci facciamo più caso. Eppure, il fatto che succeda, significa che una serie di dati relativi alla nostra persona, come la mail, il numero di telefono, le abitudini di acquisto e molto altro, sono usciti dal nostro controllo passando di mano in mano. E non a caso il trattamento dei dati personali è uno dei grandi argomenti di dibattito, oggetto di legge e preoccupazione di moltissimi cittadini.

Negli ultimi anni, la velocità con la quale è mutata la tecnologia ha posto problemi e sfide complessi, non solo dal punto di vista giuridico ma anche sociale ed etico. La rete non è più frequentata solo da piccole comunità di utenti, ma è un luogo di mercato vero e proprio e i dati personali degli utenti ne costituiscono la base.

Che cosa sono i dati personali?

Per dato personale si intende qualsiasi informazione riguardante una persona fisica identificata o identificabile, il cosiddetto «interessato». Questi può essere identificabile direttamente o indirettamente, tramite elementi come il nome, un numero di identificazione, dati relativi alla sua posizione o un identificativo online. Ancora, uno o più elementi caratteristici della sua identità fisica, fisiologica, genetica, psichica, economica, culturale o sociale.

Ma la legge come gestisce il trattamento dei dati personali?

I dati personali possono essere oggetto di «trattamento» secondo le regole ed entro i limiti stabiliti dal Regolamento generale sulla protezione dei dati.

Per trattamento dei dati personali si intende

“Qualsiasi operazione o insieme di operazioni, compiute con o senza l’ausilio di processi automatizzati e applicate a dati personali o insiemi di dati personali, come la raccolta, […] il raffronto o l’interconnessione, la limitazione, la cancellazione o la distruzione”.

Art.4 punto 2 GDPR

Alla base del problema del trattamento dei dati personali: la «data economy»?

Chiaramente, se un’esigenza di protezione e di normazione relativamente al trattamento dei dati personali è così sentita, c’è una spiegazione solida e tangibile. Il fatto è che, dietro al “traffico” dei dati personali si è costituito negli anni un giro d’affari di dimensione letteralmente indescrivibile.

Ci troviamo nell’era della “data economy”, un sistema economico che si fonda sull’attività di raccolta ed elaborazione di un numero sempre più ampio di dati. Questo comprende la produzione, la conservazione, il trattamento dei dati ottenuti mediante tecnologie digitali.

La particolare struttura di questo mercato è tale da rendere necessaria una regolamentazione di tipo pubblicistico. Lo Stato, insomma, realizza una regolamentazione a tutela di cittadini ed imprese. Infatti, la partecipazione al mercato è fortemente asimmetrica, data la presenza di grandi imprese multinazionali che operano in un regime di fatto monopolistico o oligopolistico. Basti pensare a Microsoft, Apple, Google, Facebook e Amazon.

L’aspetto preoccupante della vicenda riguarda il fatto che finora le informazioni sono state sfruttate principalmente dalle grandi corporations del web. Questo a fini esclusivamente pubblicitari e di controllo commerciale. La vendita dei dati si è trasformata in un vero e proprio business, che si pone alla base di piattaforme come Amazon, Meta e Google.

Tutto questo a quale scopo?

Queste corporations utilizzano infatti le informazioni raccolte per indirizzare l’utente verso determinati comportamenti economici, influenzando in maniera indiretta il suo libero arbitrio. Per tali ragioni l’utente dovrà aderire alla raccolta delle informazioni in maniera legittima e consapevole.

Ci potremmo interrogare su quale livello di privacy un individuo può realisticamente aspettarsi nell’epoca moderna. In un futuro imminente sarà verosimilmente un concetto da ripensare e da rivedere fin dai suoi tratti essenziali, per arrivare a concepire una nuova concezione di riservatezza e conseguente dominio sui propri dati personali. Questa, necessariamente dovrà tenere conto dei cambiamenti della società e del mercato.

In questa sede ci siamo limitati, però, a fornire solo qualche linea guida essenziale per una navigazione consapevole, perché anche la semplice consapevolezza rispetto al problema si può tradurre in forza contrattuale.  

La tutela della privacy, sebbene semplice nei parametri che la legge delinea, diventa poi complicatissima nella vita quotidiana.

Se ritieni che i tuoi dati siano stati divulgati in modo lesivo e in violazione della legge, contatta il nostro studio: la prima consulenza è senza impegno!

Articolo realizzato in collaborazione con la dottoressa Camilla Cagnin

Contratto a tempo determinato

Contratto a tempo determinato: ormai una prassi nel mondo del lavoro

Da decenni, ormai, il mondo del lavoro va complicandosi. Non si arricchisce solo di nuove professionalità, ma anche di nuove forme contrattuali che offrono ai lavoratori più o meno tutele, e ai datori di lavoro più o meno garanzie. Nello specifico, chiunque, ormai, ha avuto una o più volte nella vita un contratto a tempo determinato che ne regolava l’attività lavorativa.

Per cominciare, cerchiamo di capire di cosa si tratta quando si parla di contratto a tempo determinato

Ci siamo già occupati, in passato, sia della differenza tra lavoro autonomo e subordinato e il rapporto di stage. Partendo da queste basi, continuiamo a parlare di contratti di lavoro prendendo in esame rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e determinato.

Contratto a tempo determinato o contratto a termine

Il contratto di lavoro a tempo determinato ha durata predeterminata, poiché si estingue automaticamente alla scadenza del termine indicato nello stesso. Dunque, la distinzione principale tra contratto a tempo indeterminato e determinato sta nell’esistenza o meno di un termine finale.

È evidente che il contratto di lavoro a tempo determinato dà minori garanzie al lavoratore, che si trova in una condizione di precarietà. Per tale ragione, questa tipologia di contratto è stata per lungo tempo malvista dal legislatore e il suo utilizzo era consentito soltanto in via del tutto eccezionale.

Tuttavia, progressivamente è emersa, parallelamente all’esigenza di tutelare i lavoratori, anche quella di sostenere le imprese, fornendo loro strumenti che ne aumentassero la competitività. Nel tempo, dunque, si è compreso che il lavoro a tempo determinato, il cosiddetto lavoro “flessibile”, è un elemento fisiologico del mercato del lavoro. Questo perché consente di ridurre il costo del lavoro che le imprese si trovano a dover sostenere. Questa consapevolezza acquisita si è tradotta, nell’ultimo ventennio, in una serie di interventi legislativi volti a regolamentare, e non più a limitare, l’utilizzo dei contratti di lavoro a tempo determinato.

Ma come funziona il contrato di lavoro a tempo determinato?

Secondo la legislazione vigente, il contratto di lavoro a termine deve essere stipulato per iscritto, salvo che abbia durata inferiore ai 12 giorni; in mancanza dell’atto scritto, il contratto si intende stipulato a tempo indeterminato.

Secondo quanto previsto dall’art. 19, D. Lgs. n. 81/2015, come modificato dal D.L. 87/2018, non può avere durata superiore a 12 mesi. Tuttavia, la durata del contratto può essere aumentata oltre i 12 mesi, sino a 24 mesi, ma soltanto in presenza di una delle seguenti condizioni o causali:

alcune esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività, ossia non rientranti in quelle tipicamente svolte dall’azienda;

specifiche esigenze di sostituzione di altri lavoratori;

determinate esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività ordinaria, che dunque non possono essere affrontati con il personale in forze;

specifiche esigenze previste dai contratti collettivi.

Quest’ultima possibilità è stata introdotta di recente ed ha una durata limitata del tempo, potendo essere utilizzata per stipulare contratti di durata superiore ai dodici mesi, ma comunque inferiore ai ventiquattro mesi, soltanto fino al 30 settembre 2022.

Fine contratto: proroga o rinnovo?

Quando il contratto a termine giunge alla sua fine, le possibilità per proseguire l’attività lavorativa fin qui svolta sono due: la proroga o il rinnovo.

PROROGA

Il termine del contratto di lavoro inizialmente concordato può essere prorogato fino ad un massimo di quattro volte. La proroga è libera nei primi dodici mesi. Se, però, il contratto prorogato supera il limite dei dodici mesi, nella comunicazione di proroga devono essere specificate le condizioni o causali di cui all’art. 19.

RINNOVO

Oltre a poter essere prorogato, il contratto a termine può anche essere rinnovato. La differenza tra proroga e rinnovo consiste nel fatto che, nel primo caso, il rapporto prosegue senza soluzione di continuità. Nel secondo caso, invece, tra il contratto e il suo rinnovo decorre un certo lasso di tempo, mai inferiore a dieci giorni.

Il contratto a termine può essere rinnovato solo in presenza delle causali e, comunque, per un periodo complessivo non superiore a 24 mesi.

Il diritto del lavoro è una materia davvero complicata e ricca di sfaccettature!

Si tratta però di qualcosa di presente nella vita di tutti e importantissima, tanto che, spesso, corre la necessità di avere supporto legale in situazioni sensibili e di difficile soluzione.

Se hai bisogno di assistenza da parte di un professionista contatta il nostro studio: la prima consulenza è senza impegno

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Alice Pizzo

blocco dei licenziamenti

Blocco dei licenziamenti: i lavoratori possono stare tranquilli?

La morsa dell’emergenza scatenata dal Covid-19 non accenna ad allentarsi. Per la terza volta dall’inizio della pandemia si prospetta un nuovo lockdown e la crisi riduce sempre più la capacità delle aziende di mantenere i livelli occupazionali. Fortunatamente, però, le contromisure messe il campo dal governo tutelano i lavoratori, con il blocco dei licenziamenti per la durata dello stato di emergenza.

Ma il blocco dei licenziamenti è una tutela oppure no?

Facciamo bene ad avere fiducia nelle misure prese dal governo in materia di tutela del lavoro, oppure si tratta di una manovra che ha più una valenza simbolica che effettiva?

Beh, no: il blocco dei licenziamenti non è di sicuro solo simbolica. Le misure messe in campo dal governo sono più che adeguate, ma non sono universalmente applicabili. In poche parole, in questo periodo, non tutti i lavoratori sono al riparo dal licenziamento.

Come ogni norma, anche il blocco dei licenziamenti ha le sue fattispecie di applicazione, situazioni specifiche in cui la norma si applica e altre in cui invece non si applica. In pratica, alcuni licenziamenti sono vietati ma altri no.

Ma, a livello normativo, in cosa consiste il blocco dei licenziamenti?

Una delle prime risposte all’emergenza Covid-19 è stato il Decreto Legge 17 marzo 2020, che tutti conoscono come “Decreto Curaitalia”. Il DL prevedeva il blocco dei licenziamenti per cinque mesi, e si applicava a partire dal 23 febbraio 2020.

Il permanere dell’emergenza, poi, ha obbligato a prorogare più volte la norma, finché la Legge di Bilancio n.178/2020 ha differito il divieto dei licenziamenti fino al 31 marzo del 2021. Con ogni probabilità, anche questo termine verrà ulteriormente prorogato visto il perdurare della pandemia.

Il nome del provvedimento e l’immagine che i mass media hanno restituito ci portano spesso a credere che la cessazione dei rapporti lavorativi sia sempre vietata. In realtà non è così: la situazione è molto più complessa.

Il blocco dei licenziamenti funziona solo nei casi per giustificato motivo.

I licenziamenti per Giustificato motivo OGGETTIVO sono quelli legati all’attività produttiva, al funzionamento o alla riorganizzazione dell’azienda. In parole povere, un’azienda non può più licenziare un dipendente se cala la sua produzione o se, a seguito di una riorganizzazione interna, la posizione ricoperta dal lavoratore non è più richiesta.

In questo caso, il datore di lavoro potrà ricorrere alla Cassa Integrazione in Deroga, messa a disposizione dal Governo, a più riprese, proprio per rispondere alla crisi.

Il Blocco dei Licenziamenti, invece, non si applica a tutte le altre forme di licenziamento previste dal nostro ordinamento, quello per Giustificato motivo Soggettivo(ossia come conseguenza dell’inadempienza del lavoratore) e per Giusta Causa (quello immediato per un comportamento molto grave del lavoratore che non consenta la prosecuzione del rapporto di lavoro; come ad esempio un furto in azienda o l‘abbandono del servizio o violenza).

In soldoni, un’azienda non potrà licenziarvi se, a causa di un calo delle commesse determinato dalla crisi, il vostro lavoro non è più richiesto, ma potrà ancora farlo ricorrendo ad altri tipi di licenziamento; ad esempio se vi assenterete più giorni dal lavoro senza una giustificazione o se vi renderete responsabili di un furto in azienda o di altre grave insubordinazione.

Quindi, a meno di un comportamento scorretto, il blocco dei licenziamenti mette al sicuro il posto di lavoro?

Purtroppo no. In alcuni casi il licenziamento è consentito anche per questioni di tipo economico. Vediamo quando:

-Per cessazione di attività

Quando l’azienda cessa l’attività o venga liquidata, e la cessazione sia permanente ed effettiva, i lavoratori vengono licenziati.

-Nel caso dei dirigenti

Quando sussiste una giustificazione, i dirigenti possono essere licenziati: non usufruiscono dunque del blocco dei licenziamenti.

-Per quanto riguarda gli operatori domestici

Colf, badanti e collaboratori domestici in generale possono sempre essere licenziati, purché venga dato loro il preavviso nei tempi stabiliti, quando previsto

-Durante il periodo di prova

La prima parte di un rapporto lavorativo, previsto dal contratto, in cui entrambe le parti possono recedere senza alcun tipo di vincolo.

-Per scadenza del termine

La scadenza di un periodo di apprendistato o di un contratto a termine non può essere considerata come licenziamento. Quindi anche in questo caso il Blocco dei Licenziamenti non si applica.

-Per risoluzione consensuale.

Quando le parti trovano un accordo per porre fine al loro rapporto di lavoro.

Ti riconosci in uno dei casi che abbiamo appena descritto? 

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