patteggiamento

Il patteggiamento

Quando si viene chiamati in giudizio esiste il modo di evitare il giudizio? La legge prevede la possibilità di accodarsi per trovare una soluzione che eviti le lungaggini e le spese di un processo? In effetti una procedura simile esiste: è quella che chiamiamo patteggiamento.

Il patteggiamento: di cosa stiamo parlando

Detto anche applicazione della pena su richiesta delle parti, il patteggiamento è un rito premiale, perché porta a una riduzione della pena prevista fino a un terzo, e eltresì un rito alternativo, in quanto si adotta a fronte della rinuncia allo svolgimento del giudizio.

Consiste in un accordo tra il pubblico ministero e l’imputato per la richiesta da sottoporre al giudice della pena che viene concordata in relazione al fatto oggetto di reato, purché si rientri nel limite finale di due anni di pena. Un’estensione temporale è possibile nel cosi detto patteggiamento allargato, che è stato  introdotto dalla legge n° 134 del 12/06/2003, con riferimento ai delitti e contravvenzioni per i quali sia applicabile, a seguito della riduzione, una pena detentiva superiore a due anni e un giorno ed inferiore a cinque anni.

Non solo una riduzione: le pene accessorie

Oltre alla riduzione, come sopra detto, fino a un terzo, prevede anche la mancata applicazione delle pene accessorie e la mancata condanna al pagamento delle spese processuali. Oltre a questo, prevede che la sentenza penale di applicazione della pena non abbia alcuna efficacia nei giudizi civili o amministrativi.

Un ulteriore vantaggio consiste nel fatto che il reato è estinto, quando è stata irrogata una pena detentiva non superiore a due anni soli o congiunti a pena pecuniaria, se nel termine di cinque anni (dal passaggio in giudicato della sentenza) quando la sentenza concerne un delitto, ovvero di due anni, quando la sentenza concerne una contravvenzione, l’imputato non commette un delitto ovvero una contravvenzione della stessa indole.

Quanto al momento in cui può essere richiesto, esso può essere adottato sia in fase di indagini preliminari, sia fino all’udienza preliminare o al dibattimento.

Richiedere un patteggiamento è una questione delicata

Per questo farsi assistere al meglio da un avvocato che possa consigliarti al meglio è fondamentale. Se hai bisogno di assistenza non esitare a contattare il nostro studio: tutela i tuoi diritti. 

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Lucrezia Zacchi

messa alla prova

Messa alla prova, un modo costruttivo di estinguere un reato.

La giustizia non va in un’unica direzione. Se si è causato danno alla società tanto da venire sottoposti a un procedimento giudiziario, non esiste solo la pena detentiva o quella pecuniaria per espiare la propria colpa. Un’alternativa, relativamente nuova e di sicuro innovativa, è la sospensione del processo con messa alla prova.

In cosa consiste la messa alla prova

La sospensione del processo con messa alla prova viene introdotta con la legge 67 del 28 aprile 2017 ed è stata da ultimo oggetto di innovazione con il D.Lgs. 150/2022, la cosiddetta “Riforma Cartabia” . Il concetto di messa alla prova prevede lo svolgimento, da parte dell’imputato, di un programma di lavori di pubblica utilità in favore della collettività. Questo può essere svolto tramite attività di volontariato di rilievo sociale o presso istituzioni pubbliche, enti e strutture sanitarie.

La misura, però, non può essere concessa per ogni procedimento. Essa può essere concessa dal giudice per reati puniti con la pena della reclusione non superiore nel massimo a sei anni, estendendola dagli originari limiti edittali dei quattro anni. Questo purché si prestino a percorsi risocializzanti o riparatori da parte dell’autore compatibili con l’istituto. L’esito positivo comporta l’estinzione del reato, mentre l’esito negativo comporta la revoca della sospensione e la ripresa del procedimento.

Ma cosa è necessario fare per ottenere la sospensione del processo con messa alla prova, e quali sono i passaggi che la contraddistinguono?

Prima di tutto, l’imputato dovrà presentare una richiesta, personalmente o a mezzo di un procuratore speciale entro la prima udienza. Questa dovrà contenere la propria disponibilità, la situazione personale e familiare e l’attività lavorativa. Novità ulteriormente introdotta dalla Riforma è la possibilità  che detta proposta sia formulata anche dal Pubblico Ministero, oltre che dallo stesso imputato. Quest’ultimo può formulare la proposta anche nel corso delle indagini preliminari, indicando la durata ed i contenuti del programma, a cui l’indagato può aderire nel termine di venti giorni.

Inizia il programma di trattamento: come si svolge

A questo punto, il programma di trattamento viene elaborato di concerto con l’ufficio di esecuzione penale esterna. Il periodo di sospensione del procedimento può essere nel massimo uno o due anni, a seconda dei reati per cui si procede.

Una volta elaborato il programma, tenendo conto delle occupazioni lavorative e delle caratteristiche della persona imputata, viene eseguito. Infine, viene verificato l’esito del programma: se la prova ha esito positivo, il reato viene estinto. Se, invece, l’esito è negativo la sospensione viene revocata e il procedimento riprende.

Può capitare a tutti di incorrere in problemi legali, che a volte risultano in un processo a carico della persona a cui viene contestato l’illecito. Per ottenere la sospensione del processo con messa alla prova, comunque, il primo passo è rivolersi a un legale: contatta il nostro studioTutela i tuoi diritti!

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Lucrezia Zacchi

testamento

Testamento o testamenti? Quanti tipi ne esistono? 

Non è sempre una questione di scaramanzia! Nella vita, si sa, vale la pena essere previdenti, per questo molte persone scelgono di disporre dei beni secondo la propria volontà e non secondo la devoluzione per legge. Le disposizioni di ultima volontà possono riguardare sia beni patrimoniali che non patrimoniali. Esiste un istituto legale che tutela la volontà dei defunti: il testamento

Altro non è se non un atto mediante il quale una persona lascia indicazione ai posteri su come disporre dei propri beni dopo la sua morte. Ve ne sono di diversi tipi, e rispondono a esigenze differenti e a differenti intenzioni da parte di chi lo redige, il testatore. Ecco i tipi di testamento contemplati dalla legge. 

1 – Il Testamento olografo 

Il testamento olografo consiste semplicemente in uno scritto redatto di propria mano dal testatore, in cui descrive quali siano le sue ultime volontà, quali beni lascia e a chi. 

2 – Il testamento pubblico 

Per testamento pubblico intendiamo invece un atto redatto da un notaio, che riceve la volontà del testatore alla presenza di due testimoni. 

3 – Il testamento segreto 

Il testamento segreto, invece, viene redatto dal testatore stesso o da un terzo. Qualora venga scritto dal testatore, deve essere sottoscritto, ossia firmato, dal suo autore. Se, invece, viene scritto o in tutto o in parte da altri, il testatore dovrà sottoscriverne ogni foglio. Questo atto va quindi chiuso, sigillato e consegnato dal testatore alla presenza di due testimoni, a un notaio che redigerà un verbale. 

4 – Testamenti speciali 

I testamenti speciali sono atti di disposizione di ultima volontà differenti da quelli ordinari, l’olografo, il pubblico o il segreto. Il testamento speciale ha caratteristiche differenti, dettate da situazioni particolari che possono accadere. Parliamo di testamenti redatti in condizioni di malattie contagiose, calamità o infortuni, a bordo di una nave o in aeromobile, da militari e assimilati. 

Questi atti, però, perdono efficacia dopo tre mesi dalla cessazione della causa che ha impedito la redazione del

testamento nelle forme ordinarie. 

5 – Il testamento internazionale 

Si tratta di una forma di testamento di istituzione piuttosto recente: fu introdotta nel 1990 nell’ambito della ratifica della Convenzione di Washington del 1973. 

Questo tipo di testamento ha lo scopo di rendere valide le disposizioni di ultima volontà dei cittadini stranieri residenti in Italia, questo sempre che il paese di origine abbia ratificato a sua volta la Convenzione di Washington. Al contempo, rende valide disposizioni di ultima volontà di cittadini italiani residenti in Italia o all’estro senza che abbia importanza il luogo dove si trovano i beni ereditari. 

Per atti del genere è sempre meglio farsi assistere

Il diritto successorio è una materia complessa che presenta molte insidie. Affidati a un professionista per gestire circostanze relative a questa materia: contatta il nostro studio, tutela i tuoi diritti! 

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Alberto Padoan

sostanze stupefacenti

Sostanze stupefacenti, una legislazione complessa

Negli scorsi mesi, anche grazie a quesiti referendari che da decenni vengono proposti per iniziativa popolare, si è spesso discusso dell’opportunità o meno di depenalizzare la produzione e il consumo di determinate sostanze stupefacenti. La materia è estremamente complessa e, per comprendere il dibattito pubblico che ne scaturisce, occorre prima avere un quadro di cosa preveda la legislazione sul punto.

Sostanze stupefacenti: cosa dice la legge

La regolamentazione delle sostanze stupefacenti è contenuta nel D.P.R. 309 del 09.10.1990, “Testo Unico delle Leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza”.

Il Testo Unico prevede nei primi articoli i criteri di formazione delle Tabelle contenenti l’elenco delle sostanze, ordinate secondo una graduazione di maggiore o minore pericolosità, in base alla quale la disciplina penale ed amministrativa applica poi le rispettive sanzioni punitive.

Dalla produzione alla consumazione: gli effetti legali delle sostanze stupefacenti

Successivamente, vengono prese in considerazione le varie ipotesi di coltivazione, produzione, fabbricazione, distribuzione, vendita e acquisto delle sostanze stupefacenti.

Vediamo dapprima le fattispecie penali più rilevanti.

  • Art. 72: È consentito l’uso terapeutico di preparati medicinali a base di sostanze stupefacenti o psicotrope, debitamente prescritti secondo le necessità di cura in relazione alle particolari condizioni patologiche del soggetto.
  • Art. 73: chi coltiva, produce, vende, è punito con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000. tuttavia, se quanto commesso è considerabile di lieve entità in considerazione delle circostanze, dei mezzi e delle modalità è punito con le pene della reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032 a euro 10.329.
  • Art. 74: nel caso di associazione di tre o più persone finalizzata al traffico illecito di sostanze è prevista la reclusione non inferiore ad anni 20.

Diversamente, prevede solamente una sanzione amministrativa il caso dell’art. 75, che disciplina l’uso personale, comportando la sospensione della patente di guida, della licenza del porto d’armi, del passaporto, per un periodo variabile da un mese a un anno in considerazione della sostanza

Come si accerta un abuso, e cosa succede una volta accertato

Ai fini dell’accertamento della destinazione ad uso esclusivamente personale della sostanza stupefacente o psicotropa o del medicinale, si tiene conto della quantità di sostanza che non deve essere superiore ai limiti massimi indicati con decreto del Ministro della salute, nonché della modalità di presentazione, avuto riguardo al peso lordo complessivo o al confezionamento frazionato ovvero ad altre circostanze dell’azione, da cui risulti che le sostanze sono destinate ad un uso esclusivamente personale.

Entro il termine di quaranta giorni dalla ricezione della segnalazione, il prefetto, se ritiene fondato l’accertamento, adotta apposita ordinanza convocando, anche a mezzo degli organi di polizia, dinanzi a sé o a un suo delegato, la persona segnalata per valutare, a seguito di colloquio, le sanzioni amministrative da irrogare e la loro durata. Avverso il decreto con il quale il prefetto irroga le sanzioni, può essere fatta opposizione dinanzi all’autorità giudiziaria ordinaria. 

Nel caso di particolare tenuità della violazione, quando ricorrono elementi tali da far presumere che la persona si asterrà, per il futuro, dal commetterli nuovamente, in luogo della sanzione, e limitatamente alla prima volta, il prefetto può definire il procedimento con il formale invito a non fare più uso delle sostanze stesse, avvertendo il soggetto delle conseguenze a suo danno.

L’abuso di sostanze stupefacenti produce comunque sempre effetti profondamente negativi

E non solo dal punto di vista della salute, ma anche in termini di conseguenze legali! Per questo, affidarci a un legale che ci assista è sempre la prima cosa da fare: se hai bisogno di assistenza, non esitare a contattare il nostro studio: tutela i tuoi diritti!

reato di diffamazione

Reato di diffamazione: i social complicano le cose!

Alle volte, una conversazione, un confronto o uno scambio di post sui social possono sfuggire di mano. In questi casi, però, è opportuno mantenere la calma ed evitare di passare alle parole pesanti, per non incorrere nel reato di diffamazione!

Il reato di diffamazione è un delitto purtroppo diffusissimo, che ricorre nelle circostanze più disparate e, per chi lo commette, spesso poco prevedibili!

Reato di diffamazione: cosa dice la legge.

La diffamazione, in qualità di reato, è punito con la reclusione fino a un anno oppure con una multa che può arrivare fino a 1032 euro. Queste previsioni sono aumentate nel caso in cui l’offesa consista in un fatto determinato, ossia nel caso in cui il contesto e le circostanze del caso concreto ci consentano di valutare se la fattispecie è aggravata o meno.

Allo stesso modo, le pene aumentano se l’offesa è arrecata a mezzo stampa o con un altro mezzo di pubblicità, oppure in un atto pubblico; infine, aumentano se l’offesa è arrecata a un corpo amministrativo o giudiziario.

Riassumendo, il reato di diffamazione punisce chi, comunicando con più persone, arrechi un’offesa in modo volontario a una persona assente.

Il bene tutelato, ovvero l’elemento che la legge tende a difendere, è la reputazione della persona, che la legge vuole, appunto, tutelare. Esistono però dei presupposti che devono coesistere contemporaneamente perché il reato si configuri.

  • Assenza della persona nel momento in cui viene arrecata l’offesa. C’è quindi impossibilità della persona interessata a difendersi. Questo elemento è dirimente rispetto al reato di ingiuria, che è simile, ma che si configura quando l’offesa avviene in presenza della persona, e che oggi è una fattispecie depenalizzata.
  • Offesa alla reputazione quale lesione delle qualità personali, morali, sociali o professionali.
  • Quando vi è la presenza di almeno due persone, o almeno di una che però la comunichi poi ad altre.

Reato di diffamazione e i social: un mezzo nuovo da comprendere.

Anche il reato di diffamazione evolve di pari passo con l’evolversi dei mezzi di comunicazione! Nel caso in cui esso venga consumato attraverso i social, per esempio, il reato si aggrava in quanto condotta commessa con altro mezzo di pubblicità.

Di per sé, il reato si consuma nel momento in cui terzi hanno percezione del messaggio offensivo, che viene veicolato nella consapevolezza di scrivere una frase lesiva dell’altrui reputazione. La condotta, infatti, potenzialmente è in grado di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente elevato di persone.

Il reato di diffamazione si configura anche senza indicare esplicitamente il nome e il cognome della persona, sempre che questa sia individuabile da chi recepisce il messaggio offensivo.

Come ci si può difendere?

Semplicemente sporgendo querela. La persona offesa dovrà denunciare il reato alle autorità competenti entro tre mesi dal momento in cui il fatto è stato consumato.

Il reato di diffamazione è qualcosa di complesso!

In tutto questo, sia che ci si debba difendere o che si debba pretendere giustizia nel caso del reato di diffamazione, occorre dotarsi degli strumenti giusti e soprattutto della giusta assistenza!

Contatta il nostro studio per qualsiasi bisogno: tutela i tuoi diritti!

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Marta Michelon

violenza sessuale

Può una violenza sessuale essere una questione di secondi? Il perché della sentenza di assoluzione di Malpensa

Ha fatto scalpore, qualche tempo fa, una notizia che conclude una amara vicenda: un sindacalista dell’aeroporto di Malpensa è stato assolto dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di una hostess. La ragione consiste nel fatto che la donna ha impiegato più di venti secondi prima di reagire al suo comportamento inopportuno. 

Ma andiamo con ordine: quali sono i fatti? 

Il procedimento di fronte al Tribunale di Busto Arsizio, che si è concluso con una sentenza assolutoria, si incardina sulla vicenda del sindacalista R.M., a processo con l’accusa di violenza sessuale per aver palpeggiato e accarezzato il collo di una donna cui stava offrendo una consulenza presso la sede del sindacato, tenendo quindi un comportamento inopportuno, fortemente sessualizzante. 

Il Tribunale collegiale di Busto Arsizio ha ritenuto credibile la versione della donna, confermando che il fatto della condotta a sfondo sessuale posta in essere dal sindacalista esiste

Ciononostante, la sentenza emessa è di assoluzione piena, a causa di un’insussistenza degli elementi oggettivi del reato. I Giudici, infatti, non ravvisano l’elemento della violenza, della minaccia o dell’abuso di autorità. La donna, anche se avrebbe potuto, non ha reagito immediatamente alle avances non gradite allontanandosi o manifestando palesemente il suo dissenso. Ma è possibile, ai sensi di legge, che basti questo per un’assoluzione? 

Cosa configura la fattispecie di reato “violenza sessuale”? 

L’articolo 609 bis del Codice Penale recita ” 

Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali: 

  • Abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto.
  • Traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito a un’altra persona.” 

Le condotte previste, dunque, sono due. 

Da un lato la costrizione di una persona a compiere o subire atti sessuali mediante violenza, minaccia o abuso di autorità. Dall’altro l’induzione a compiere atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità psicofisica o psichica della vittima. Inoltre con atti sessuali si intende tutti quei comportamenti che coinvolgano la corporeità delle persone offese, posti in essere con coscienza e volontà di compiere un atto invasivo della sfera sessuale di una persona non consenziente, qualora emerga una indebita compromissione della sessualità. Con violenza, invece, si intende non solo una coercizione fisica, ma anche quella che incide sulla volontà. 

Il Tribunale ha quindi riconosciuto la condotta, ma non il carattere della violenza, della minaccia o dell’abuso di autorità, perché la donna si sarebbe potuta allontanare in qualunque momento, o avrebbe potuto verbalmente dichiarare la sua contrarietà. Avrebbe però dovuto agire in modo tempestivo, senza lasciar passare del tempo (quei venti secondi fatidici) prima di opporsi all’indebita invasione della sua sfera intima da parte del sindacalista.   

Denunciare e difendersi in sede legale da una violenza sessuale non è mai facile, sia psicologicamente che dal punto di vista pratico. In questo caso, come in molti altri, l’assistenza di un legale è essenziale: contatta il nostro studio se ne hai bisogno, la prima consulenza è senza impegno.  

violenza sulle donne

Violenza sulle donne: prevenire e tutelare.  

La violenza sulle donne è un problema che, purtroppo, anima quotidianamente la cronaca nazionale. Secondo il Viminale, in Italia le donne uccise nel corso del 2022 sarebbero ben 120, dato in aumento di quasi il 5% rispetto all’anno precedente. Di queste, 97 sarebbero state assassinate in ambito familiare o affettivo, e 57 per mano del partner o dell’ex partner. 

Nel mondo la violenza contro le donne interessa 1 donna su 3. Similmente, in Italia i dati ISTAT mostrano che almeno il 31.5% ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. 

Il gap legislativo riguardo la violenza sulle donne

Nonostante la violenza di genere sia ormai un fenomeno tristemente diffuso e dalle percentuali consolidate, nel Codice penale e nel Codice di rito non vi è una precisa connotazione di genere in tal senso, cosa che invece ritroviamo nelle fonti internazionali come la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, la Direttiva 2012/29/UE e la Convenzione d’Istanbul, la quale al suo articolo 3 designa come violenza nei confronti delle donne  

una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”. 

Secondo il rapporto dell’OMS “Violence Against Women Prevalence Estimates” la violenza contro le donne rappresenta un problema di salute dalle proporzioni enormi e, in quanto tale, meritevole della massima attenzione e tutela. 

La legge italiana in merito alla violenza sulle donne

In Italia, la prima significativa novella legislativa in questo senso, si è avuta con l’approvazione della Legge 15 febbraio 1996, n. 66, espressione di una vera e propria rivoluzione sociale e culturale grazie alla quale la sessualità è divenuta valore imprescindibile della persona, simbolo della libertà dell’autodeterminazione dell’individuo. Con questa riforma i delitti contro la libertà sessuale, dapprima collocati nel Libro Secondo, Titolo IX dei delitti contro la moralità pubblica ed il buon costume del Codice penale, sono statati finalmente posizionati all’interno del titolo XII rubricato “dei delitti contro la persona” ed in particolare nella sezione dedicati ai delitti contro la libertà personale.  

Per la prima volta viene quindi valorizzata la persona umana e si acquista consapevolezza sul fatto che la violenza sessuale produce nella vittima una serie di effetti patologici dovuti sia dall’entità oggettiva dell’atto, sia dall’entità soggettiva del trauma subito dalla vittima che vede leso in profondità il proprio diritto all’autodeterminazione.  

Non solo violenza sessuale: le altre leggi e normative vigenti

Nel corso dei decenni si sono susseguiti diversi interventi legislativi sul tema, tra i quali meritano menzione la Legge 27 giugno 2013, n. 77 di ratifica della Convenzione di Istanbul, pietra miliare nel contrasto a questi fenomeni, e la Legge 19 luglio 2019 n. 69 recante ”Modifiche al Codice penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”, meglio conosciuta come ”Codice rosso” che ha introdotto significative novità in tema di diritto sostanziale delineando, in particolar modo, nuove fattispecie di reato e velocizzando l’avvio del procedimento penale per alcune fattispecie delittuose come i maltrattamenti in famiglia, lo stalking e la violenza sessuale.  

La violenza sulle donne è un problema profondo nelle sue origini e nelle sue conseguenze

La violenza di genere, oltre che una violazione dei diritti umani, è un problema sistemico esteso i cui effetti si ripercuotono sul benessere dell’intera comunità. Essa, infatti, presenta conseguenze negative nel breve e nel lungo termine andando ad incidere sulla salute fisica e mentale della vittima, e spesso delle persone ad essa vicine, condizionandone così ogni aspetto della quotidianità. 

A ciò si aggiunga che resiste ancora uno stigma sociale e istituzionale nei confronti di chi subisce violenza che tace, nasconde e perfino giustifica quanto subito e che andrebbe estirpato quanto prima. Il non riconoscimento della violenza, la diffidenza verso le vittime, i pregiudizi e gli stereotipi sessisti fanno rivivere le condizioni traumatiche sofferte e minano la fiducia e la credibilità delle testimonianze. Gli ultimi dati dimostrano che il 58,8% delle donne è vittima del proprio partner o ex partner (57,8% nel 2020 e 61,3% nel 2019), il 25,2% di un altro parente, il 5% di un conoscente, e il 10,9% di uno sconosciuto. 

Quando è la figura d’attaccamento a perpetrare la violenza, si sviluppano molteplici circostanze drammatiche che si pongono altresì come ostacoli alla possibilità di presentare denuncia, non permettendo così un’adeguata valutazione del rischio e una tempestiva risposta. Tuttavia, anche nei casi in cui avvenga effettivamente uno svelamento dei soprusi subiti, i dati dimostrano la preponderante sussistenza di casi di vittimizzazione secondaria esercitata sia da parte delle forze dell’ordine che da parte dei servizi sociali, che sono i soggetti istituzionali che dovrebbero più incisivamente intervenire in questi casi. 

Una questione di cultura

Ciò detto, la considerazione primigenia, ed intellettualmente onesta, che occorre fare è che non sta esclusivamente alla legge risolvere un problema che sembra affondare le sue radici in una cultura profondamente patriarcale, che da troppo tempo fatica ad evolvere. Il compito dell’Ordinamento, al di là della tipica risposta sanzionatoria, sarebbe piuttosto quello di prevenire la commissione di questi reati attraverso un percorso, fondato sulla sensibilizzazione e sull’educazione alle tematiche di genere, in grado di coinvolgere le vecchie e le nuove generazioni in un’ottica intersezionale. 

Alle volte, il carico degli eventi è tale da non poterlo affrontare in solitudine: è in quei momenti che poter contare sull’aiuto di un professionista diventa fondamentale. Se hai bisogno di supporto legale, contatta il nostro studio: tutela i tuoi diritti! 

decreto penale di condanna

Decreto Penale di Condanna: la conversione della pena definitiva

Siamo abituati a pensare che, quando una persona viene giudicata colpevole di un reato, la condanna si traduca in un periodo di reclusione. Eppure non è sempre così: la legge prevede infatti alcuni modi per non comminare il carcere a un imputato ritenuto colpevole, e uno di questi è il decreto penale di condanna

Cos’è il decreto penale di condanna, e cos’è cambiato recentemente

Il decreto penale di condanna è un provvedimento del Giudice per le indagini preliminari, disposto su richiesta del Pubblico Ministero. Viene adottato quando per i reati contestati è possibile applicare una sanzione finale costituita dalla sola pena pecuniaria, anche se in sostituzione di quella detentiva.

Attualmente, a seguito della riforma Cartabia, le condizioni sono variate rispetto a prima. Il valore giornaliero di ragguaglio tra la pena detentiva convertita in pecuniaria, ossia quanto denaro dovrà versare il reo per ogni giorno di reclusione comminato, non può essere inferiore a euro 5 e superiore a euro 250 giornalieri.  Precedentemente andava da un minimo di 75 euro a un massimo di 225 euro. Nondimeno deve corrispondere alla quota di reddito giornaliero che può essere impiegata per il pagamento della pena pecuniaria. Si tengono in considerazione sia le complessive condizioni economiche, patrimoniali e di vita sia dell’imputato sia del suo nucleo familiare.

Quali sono i vantaggi di questa alternativa?

Il vantaggio del decreto penale di condanna consiste nel fatto che non si provvederà alle spese del procedimento né all’applicazione delle pene accessorie. Inoltre, anche se divenuto esecutivo, ovvero passato in giudicato e quindi definitivo perché non più suscettibile di impugnazione, non ha efficacia nel giudizio civile. 

La caratteristica più degna di nota è che il reato si estingue se nel termine di 5 anni, se concerne un delitto, o di due anni nel caso di una contravvenzione, l’imputato non commette un altro reato della stessa indole. Si cancella cosi l’effetto penale e la condanna non risulterà di ostacolo ad una successiva sospensione condizionale della pena.

L’opposizione al decreto penale di condanna

Tuttavia, se non fosse ritenuta la migliore soluzione per il caso di specie, il decreto penale può essere opposto, personalmente o tramite il difensore, entro quindici giorni dalla notificazione. Con l’opposizione possono essere richiesti dei riti alternativi per la definizione del processo, come il giudizio abbreviato, il giudizio immediato o il patteggiamento.

Nell’ultima parte della disposizione è stato inoltre modificata dalla riforma la possibilità della sostituzione della pena detentiva con il lavoro di pubblica utilità. Dapprima era richiedibile sempre a mezzo di opposizione. Adesso basterà una semplice istanza di concessione di un termine di sessanta giorni per depositare la disponibilità dell’ente e il programma rilasciato dall’ufficio di esecuzione penale esterno .

Una piccola premessa di buon senso

Per usufruire di tutte le possibilità e le tutele che la legge ci mette a disposizione è fondamentale essere ben consigliati e, soprattutto, ben rappresentati. Affidarsi a un legale non è semplicemente un consiglio. È una norma di buon senso tanto immediata da essere riconosciuta come diritto fondamentale da tutte le costituzioni moderne. Se hai bisogno di assistenza puoi rivolgerti al nostro studio: tutela i tuoi diritti!

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Lucrezia Zacchi

violenza negli stadi

Violenza negli stadi? Ecco i rischi e le tutele!

La violenza negli stadi, o appena fuori da essi, è una piaga che ci accompagna da decenni. Chi pensa che gli eccessi degli ’80 e ’90 del secolo scorso siano ormai storia passata corre il rischio di ingannarsi. Non ci si inganna, invece, considerando che la legge ha saputo attrezzarsi meglio che in passato per evitare le peggiori derive del fenomeno e che continua ad aggiornarsi per non lasciare nulla di intentato.

Il 19 novembre 2021, infatti, la Suprema Corte di Cassazioneè tornata ad esprimersi sulle condotte antisportive dei tifosi, riconoscendo alla Società sportiva, la cui immagine viene compromessa da tali comportamenti, il diritto di chiedere ed ottenere un risarcimento del danno, oltre al DASPO. 

Ma cos’è il DASPO?

Il DASPO (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) è una misura di prevenzione che sancisce il divieto al soggetto ritenuto pericoloso di accedere ai luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive, ha una durata che va da 1 a 5 anni ed è il Questore competente ad emanare ed eventualmente modificare o revocare tale misura. Il DASPO viene sempre notificato all’interessato.

Nel caso in cui, però, il DASPO venga comminato ad una persona sottoposta a obbligo di firma, il medesimo viene comunicato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale competente. Oltre a questo è richiesta la convalida da parte del GIP, solo per quanto riguarda la firma, entro 48 ore dalla notifica al soggetto interessato.

Nel caso di violenza negli stadi, come si verifica che il DASPO venga rispettato?

Solitamente questa misura viene accompagnata dall’obbligo del tifoso violento di recarsi alla più vicina caserma dei Carabinieri o commissariato di Polizia durante l’evento sportivo che gli è stato vietato.

Quali sono le condotte antisportive del tifoso violento che portano all’emanazione di suddetta misura?

Un DASPO viene comminato in caso di possesso di armi improprie senza giustificazione. Anche indossare caschi o passamontagna che impediscono il facile riconoscimento di una persona, il lancio di materiali pericolosi, l’invasione di campo. L’esposizione negli impianti sportivi o in prossimità di essi di simboli o immagini discriminatorie o razziste o l’aver preso parte o aver incitato o indotto alla violenza contro persone o cose. Il tutto, chiaramente, durante una manifestazione sportiva sono comportamenti che possono comportare l’applicazione del DASPO.

Oltre a questa misura che mira alla sicurezza e all’ordine pubblico, è possibile che il tifoso violento sia soggetto al pagamento di un risarcimento danni nei confronti della società sportiva di cui si dichiara tifoso.

Ma in cosa consiste il risarcimento in caso di violenza negli stadi?

In primo luogo, il soggetto perde l’abbonamento alla partita e a tutte quelle successive oggetto del contratto di abbonamento. Il contratto di abbonamento fra società sportiva e tifoso/spettatore ha infatti oggetto il diritto ad assistere ad un determinato numero di competizioni sportive, come da art. 1458 Codice Civile. Ai sensi di questa norma, in caso di risoluzione del contratto, la società dovrebbe essere tenuta a restituire il corrispettivo delle prestazioni non godute. Ossia delle partite ed eventi sportivi a cui il tifoso non parteciperà. Normalmente, il contratto di abbonamento contiene anche una clausola contrattuale che deroga a quanto disposto dall’art. 1458 c.c. e che consente alla società di trattenere il corrispettivo delle prestazioni non godute “salvo il diritto al risarcimento del maggior danno”. Si configura quindi una clausola penale ai sensi dell’art. 1382 c.c.

Questo significa che la società può sia non rimborsare l’abbonamento non goduto dal tifoso violento. Oltre a questo, può chiedere un ulteriore risarcimento per il danno patito dalla stessa a causa del comportamento di un suo abbonato.

Nel caso su cui la Cassazione si è pronunciata nella sentenza del 19 novembre 2021, il tifoso aveva schiaffeggiato un membro dello staff della squadra ospite. Come conseguenza la società sportiva Juventus aveva sospeso l’abbonamento allo stesso. 

Capire fenomeni come la violenza negli stadi dal punto di vista legale è importantissimo!

Comprendere ci da le armi per comprendere il funzionamento della nostra società! Questo articolo ti è stato utile? Il diritto dello sport è una materia davvero complessa e variegata. Se hai bisogno di assistenza rivolgiti al nostro studio: tutela i tuoi diritti!

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Giulia Schiavon

telecamere di sorveglianza

Telecamere di sorveglianza: un delicato equilibrio fra sicurezza e privacy!

Succede sempre più spesso che si senta la necessità di installare un sistema di telecamere di sorveglianza nella propria abitazione a causa dei continui furti nella zona in cui abitiamo e ciò al fine di tutelare la sicurezza della nostra abitazione e della nostra famiglia.

Ma possiamo installare le telecamere di sorveglianza senza autorizzazione?

Quale può essere il raggio di azione di dette telecamere? Incorriamo in illeciti se installiamo dette telecamere?

A queste domande dà risposta una fitta normativa che permette di chiarire i dubbi. Dobbiamo considerare che vi sono due interessi contrapposti: da un lato la tutela della nostra sicurezza. Dall’altro il diritto alla riservatezza di chi potrebbe essere inquadrato dalle telecamere stesse. Si tratta di due diritti uguali e contrapposti, definiti diritti di pari rango. Tuttavia in questi casi, poiché gli interessi sono uguali, vanno comunque bilanciati, ossia è possibile che un diritto sia in qualche modo compromesso a tutela dell’altro, purché la compromissione avvenga “nei limiti dello stretto necessario”.

Va subito chiarito che non serve alcuna autorizzazione per installare telecamere di sorveglianza nella propria abitazione, con lo scopo appunto di tutelare la nostra sicurezza. Questo, però, solo se la telecamera inquadra zone di nostra pertinenza. Se, al contrario, la telecamera inquadra zone di pubblico passaggio si applicherà il Codice della Privacy. Bisognerà quindi fare in modo che le riprese non permettano il riconoscimento dei soggetti,  magari inquadrando solo i piedi. Se vi è una registrazione andrà distrutta entro le 24 ore successive. Soprattutto sarà necessario informare che vi è un sistema di telecamere di sorveglianza che registra, e quindi appendere un cartello che informa chi passa della possibilità di essere registrato.

Ma cosa succede se si rileva una violazione del Codice della Privacy?

La violazione delle norme contenute nel Codice della Privacy permette a chi è stato leso di rivolgersi al Garante della Privacy con le modalità previste dal Codice per ottenere tutela. La tutela può anche essere richiesta sul piano civile, qualora le telecamere di sorveglianza abbiano arrecato un danno di cui si chiede il risarcimento. Infine, le videoregistrazioni del vicino potrebbero rappresentare una interferenza illecita nella vita privata e quindi dare luogo al reato di cui all’art. 615 bis c.p.

Questo è forse il caso più comune. Perché quando abbiamo a che fare con un vicino “spione” la cosa più semplice e più economica e quella di sporgere una denuncia. In quest’ultimo caso, tuttavia, non è affatto semplice che si possa dare dimostrazione del reato. La ragione è che viene considerato lecita l’installazione tutte le volte in cui vi sia un concreto pericolo per l’incolumità di beni e persone avanti ad un diritto di riservatezza. 

La giurisprudenza, in primo luogo, ha stabilito che la semplice immagine di una persona non costituisce un dato personale. Avanti a due diritti fondamentali contrapposti dovrà necessariamente cedere quell’interesse che, valutato caso per caso, sarà considerato meno rilevante dal Giudice chiamato a pronunciarsi.

Telecamere di sorveglianza: la discrezione del Giudice

In definitiva, qualora ci sia un vicino “spione” il Giudice dovrà valutare se questa intromissione nella vita privata altrui sia solo fine a se stessa oppure sia necessaria per tutelare l’incolumità del soggetto e della sua famiglia. Come avviene, per esempio, se il vicino in questione ha subito furti, atti di vandalismi nella propria proprietà e così via. 

In alternativa, anche se la zona dove si trova l’abitazione sia stata oggetto di attenzione da parte dei ladri. In questo caso, quindi, se il vicino in questione ha posizionato delle telecamere con la scopo di tutelarsi da un pericolo concreto rispettando quello che viene definito il principio di proporzionalità, sarà ben arduo dimostrare la sussistenza di un reato. Ciò a condizione che non vi sia un eccesso di installazione delle videocamere e soprattutto venga rispettata la normativa della privacy in vigore.

Privacy e sicurezza sono esigenze che vanno equilibrate, e non è facile!

La soluzione migliore, in questi casi, è sempre e comunque rivolgersi a un legale per capire preventivamente e con completezza come agire. Se hai bisogno di assistenza per una delle esigenze che abbiamo sollevato nell’articolo, non esitare a contattare il nostro studio: tutela i tuoi diritti!

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Marta Michelon.