catcalling

Catcalling: il dibattito sulle molestie di strada

In questi ultimi anni, le tematiche legate alla libertà e ai diritti delle donne sono tornate con forza a far parte dell’attualità e del dibattito pubblico. I movimenti Non una di Meno, Me Too e molti altri hanno contribuito decisamente a risollevare l’asticella della sensibilità nei confronti delle molestie sessuali, dei comportamenti inadeguati e in generale della discriminazione nei confronti delle donne, portando l’opinione pubblica a interrogarsi più profondamente su atteggiamenti che, se per le vittime erano sempre stati fastidiosi, degradanti o molesti, erano considerati ininfulenti nel dibattito solo poco tempo fa. È il caso del cosiddetto catcalling.

Il fenomeno è conosciuto in italiano col nome di “pappagallismo”, e recentemente è assurto agli onori della cronaca grazie all’intervento di una influencer: Aurora Ramazzotti. Tramite una serie di post su Instagram, Ramazzotti, per prima, ha sollevato un problema che in Italia attende una posizione legislativa, ma che in altri paesi come il Perù, la Francia e molti stati degli Stati Uniti già costituisce reato. 

Che cos’è il “Catcalling”.

Il termine Catcalling ha una storia antichissima, e un’origine alquanto bizzarra. Originariamente, designava l’atto di disturbare uno spettacolo teatrale fischiando e facendo quel verso, simile allo schiocco di un bacio, che si fa con l’intento di richiamare un gatto. Da qui Cat-Calling. Nel tempo, però, il significato ha assunto l’accezione di molestia verbale, profondamente disturbante e volgare. La parola racchiude una serie di atti come complimenti non richiesti, commenti volgari indirizzati al corpo della vittima o al suo atteggiamento, fischi e strombazzate dall’auto, domande invadenti, offese e perfino insulti veri e propri. Questi rappresentano un tipo specifico di molestia sessuale, nello specifico di molestia di strada.

Esiste un reato di Catcalling?

Attualmente, il codice penale italiano italiano non lo prevede come reato e pertanto non avendo una disciplina specifica per questa fattispecie. Proviamo a capire quali sono le caratteristiche del catcalling e se ci sono altri reati attraverso i quali possiamo punire questi comportamenti.:

IL BENE GIURIDICO TUTELATO: che in questo caso è la libertà individuale di autodeterminarsi e libertà di circolazione della donna.

IL SOGGETTO PASSIVO: ossia la persona che subisce la molestia. Il soggetto passivo deve essere specifico: la molestia deve essere indirizzata a una persona e non a una generica folla.

L’ELEMENTO SOGGETTIVO: il dolo specifico, ossia la coscienza e la volontà della condotta atta a disturbare tramite commenti, fischi e altri richiami la persona offesa. Il richiamo dev’essere volontario, non accidentale. L’intenzione esplicita del molestatore, infatti, deve consistere nell’attrarre l’attenzione della vittima coi suoi richiami. 

Non esistono dei reati simili previsti e puniti dal Codice Penale?

Il Catcalling si diversifica dalla più similare fattispecie  “Molestia o disturbo alla persona” la quale prevede che la fattispecie si perfezioni allorquando taluno molesti o disturbi un soggetto in un luogo pubblico o aperto al pubblico tramite petulanza o insistenza. Va quindi ben oltre un complimento o una mera proposta di instaurazione di una relazione, che invece si concretizza nel caso di catcalling, ove invero la condotta posta in essere si intende isolata e istantanea. Diverso è anche il bene giuridico tutelato: nella fattispecie della molestia, si tende a tutelare l’ordine pubblico. Nella fattispecie del catcalling, invece, si dovrebbe andare a tutelare la serenità psico-fisica dell’agente, nonché la libertà di circolazione, poiché si ingenererebbe uno stato di ansia tale da modificare il suo modus vivendi o agendi.

il catcalling si diversifica ulteriormente dallo Stalking, perché quest’ultimo si ravvisa solamente in presenza di molestie ripetute in un breve arco di tempo, a condizione inoltre che la vittima subisca un pregiudizio concreto come ansia, timore per la propria incolumità, cambio di abitudini. Il bene giuridico tutelato con questo reato è la libertà personale della persona offesa, ma, affinché possa considerarsi integrata la fattispecie, deve necessariamente esservi la reiterazione della condotta nel tempo, che evidentemente manca nell’ipotesi di catcalling, come descritta. 

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Articolo realizzato in collaborazione con l’Avvocato Lucrezia Zacchi

illecito di guida in stato di ebbrezza

Illecito di guida in stato di ebbrezza: casistica e aspetti amministrativi

La serie di articoli che il nostro studio ha deciso di dedicare alla guida in stato di ebbrezza si conclude con un compendio aggiuntivo. Una specie di appendice che, non a caso, abbiamo chiamato “Casistica e aspetti amministrativi”. Esistono infatti determinati comportamenti, aggravanti o fattispecie da considerare a parte, così come da considerare a parte è l’iter amministrativo che segue alla notifica dell’illecito di guida in stato di ebbrezza. 

Cominciamo con uno dei fraintendimenti più diffusi fra chi incappa nell’illecito di guida in stato di ebbrezza 

Molti hanno l’erronea convinzione di sottrarsi all’alcool test per poterne evitare le conseguenze. Non è una buona idea: in questo caso la posizione del reo, potenzialmente, si aggrava.

Qualora il fermato si rifiutasse di sottoporsi all’alcool test, infatti, questi viene considerato come se fosse stato trovato nella situazione più grave contemplata dalla legge. Incorre quindi in un’ammenda da 1500 a 6000 euro, nell’arresto da 6 mesi a 1 anno oltre che nella sospensione della patente da sei mesi a due anni e alla confisca del veicolo, se di sua proprietà.

Illecito di guida in stato di ebbrezza: se non c’è stato un sinistro.

Se non è stato provocato un sinistro, è possibile sostituire la sanzione coni lavori di pubblica utilità. Per “Lavori di pubblica utilità” si intende un lavoro non retribuito a favore della collettività,

“Da svolgere, in via prioritaria, nel campo della sicurezza e dell’educazione stradale presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, o presso i centri specializzati di lotta alle dipendenze”. 

La durata del periodo di lavoro disposto varia a seconda dei giorni di detenzione da scontare o della somma da pagare come ammenda. All’esito positivo il reato si estinguerà, verrà revocata la confisca e dimezzato il periodo di sospensione della patente. 

In caso di incidente.

Causare un sinistro mentre si è alla guida in stato di ebbrezza costituisce un’aggravante prevista dal codice della strada. Ai fini della sussistenza di questa circostanza aggravante, assume rilevanza sia l’urto del veicolo contro un ostacolo (un’altra auto, un lampione, un muretto), sia la fuoriuscita dalla sede stradale. L’aggravante scatta anche se, dopo l’urto, non ci sono stati danni né a persone né a cose. 

Qualora il conducente in stato di ebbrezza provocasse un incidente stradale, le sanzioni previste verrebbero raddoppiate. È inoltre disposto il fermo amministrativo del veicolo per 180 giorni, a meno che il veicolo non appartenga a una persona estranea all’illecito. 

Veniamo agli aspetti amministrativi, accessori a quelli penali. 

Che ne è della patente ritirata?

L’autorità di polizia provvede al ritiro della patente, che verrà inoltrata al prefetto per i provvedimenti amministrativi. Contro la sanzione accessoria rappresentata dall’Ordinanza Prefettizia, il conducente sanzionato può proporre opposizione mediante un ricorso al Giudice diPace territorialmente competente entro 30 giorni dalla data di notifica del provvedimento, al fine di ottenere l’annullamento del provvedimento disospensione della patente. 

Chiaramente, in caso di tasso alcolemico superiore a 0,8 grammi per litro resta ferma la competenza del giudice penale. 

L’illecito di guida in stato di ebbrezza è un argomento legale complesso.

Se questo è il primo articolo che il nostro studio dedica all’argomento che stai leggendo, scopri il primo, in cui abbiamo definito dal punto di vista legale cosa sia la guida in stato di ebbrezza

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Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Lucrezia Zacchi

conseguenze della guida in stato di ebbrezza: cosa dice la legge

Conseguenze della guida in stato di ebbrezza: ecco cosa aspettarsi

Con il nostro precedente articolo abbiamo spiegato in cosa consiste, a livello normativo, l’illecito di Guida in stato di ebbrezza, ma abbiamo lasciato a un ulteriore approfondimento quel che consegue all’accertamento dell’illecito, ossia le conseguenze della guida in stato di ebbrezza.

Comportamenti virtuosi corrispondono a un minore rischio per noi e per gli altri, e forse una conoscenza della legge un po’ più approfondita può aiutarci a capire cosa si rischia anche dal punto di vista civile e penale.

Le conseguenze della guida in stato di ebbrezza: sanzioni di tipo penale e amministrativo. 

Una volta accertato il suo stato di ebbrezza a seguito dell’assunzione di sostanze alcoliche, il guidatore va incontro a una serie di sanzioni che possono essere di tipo penale o amministrativo. La differenza fra le sanzioni che vengono comminate dipende dal tasso alcolemico che viene accertato.  

Guida con tasso alcolemico inferiore a 0,5 grammi per litro: nessuna sanzione prevista, salvo casi particolari come conducenti neopatentati, di età inferiore ai 21 anni, conducenti professionali nell’espletamento del loro lavoro o autisti di autobus, autorarticolati o autosnodati o per trasporto di più di 8 persone, o adibiti a trasporto merci con massa a pieno carico superiore a 43,5 tonnellate. 

Guida con tasso alcolemico compreso fra 0,5 e 0,8 g/l: illecito amministrativo, non penale. Sanzione amministrativa da euro 543 a euro 2170, e la sospensione della patente da tre a sei mesi.  

Guida con tasso alcolemico compreso fra 0,8 e 1,5 g/l: la sanzione è sia penale che amministrativa. Consiste nell’ammenda da euro 800 a euro 3200, nell’arresto fino a sei mesi e nella sospensione della patente da sei mesi a un anno.  

Guida con tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l: la sanzione è sia penale che amministrativa. Consiste in un’ammenda che va da euro 1500 a euro 6000. Vi è poi l’arresto da sei mesi a un anno, la sospensione della patente da uno a due anni, il sequestro preventivo del mezzo e la sua confisca. Se il proprietario del veicolo è diverso dal conducente, la durata della sospensione della patente è raddoppiata ma non si applicano il sequestro e la confisca. In caso di recidiva in un lasso di tempo di due anni, è prevista la revoca della patente. 

In ogni caso, in aggiunta, è prevista la decurtazione di 10 punti dalla patente

Nel momento in cui viene accertato lo stato di ebbrezza, infine, al conducente non è ovviamente consentito di rimettersi al volante. 

Un’altra delle conseguenze della guida in stato di ebbrezza riguarda invece l’automobile. Se non viene disposto il sequestro del veicolo e in macchina non ci sono altre persone in grado di poter guidare il mezzo. Quindi il veicolo dovrà essere trasportato a spese del trasgressore presso il luogo indicato dall’interessato. Qui verrà lasciato in consegna al proprietario o al gestore dell’autorimessa nel caso si scelga di “fermare” l’auto nell’autorimessa più vicina. 

Il Codice della strada prevede, poi, alcune circostanze aggravanti

Fra queste ve n’è una che riguarda l’orario in cui l’illecito è stato commesso. Le conseguenze della guida in stato di ebbrezza sono più pesanti fra le ore 22.00 e le ore 7.00: “l’ammenda è aumentata da un terzo alla metà“. Questa aggravante si applica al solo reato, e dunque solo nella circostanza in cui il tasso alcolemico sia superiore a 0,8 grammi per litro di sangue. 

Occorre poi comprendere la terminologia in cui il legislatore si è espresso.    

SOSPENSIONE PATENTE: sanzione accessoria disposta dagli Uffici della Motorizzazione Civile, dal Prefetto o dall’autorità giudiziaria, che impedisce ai titolari di patente di guidare (art. 218 Cds) 

REVOCA della patente: cancellazione della patente, il guidatore dovrà sostenere nuovamente l’esame di guida per essere abilitato a circolare. 

FERMO AMMINISTRATIVO: sottrazione temporanea del mezzo al proprietario, affidandone la custodia, a spese del proprietario stesso, ad un deposito delle forze dell’ordine o presso una autocarrozzeria autorizzata. 

Il SEQUESTRO AMMINISTRATIVO é la fase che precede la confisca, durante la quale il proprietario non perde la proprietà del mezzo ma questo resta a disposizione del Prefetto che deciderà poi se restituirlo o disporre la confisca. 

Con la CONFISCA il mezzo viene sottratto definitivamente al suo proprietario e non gli viene più restituito. Contro questi provvedimenti é ammesso il ricorso al Prefetto o al Giudice di Pace. 

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Non perderti il preambolo, ossia l’inquadramento normativo dell’illecito guida in stato di ebbrezza.  

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Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Lucrezia Zacchi

abbandono degli animali

Abbandono degli animali e maltrattamento: gesti orribili e gravi illeciti!

Oggi è il solstizio d’estate, e sebbene la bella stagione sia già ampiamente cominciata, si può dire che il periodo estivo inizi ufficialmente oggi. Come ogni stagione, però, accanto alla dolcezza e alla bellezza che porta tornano problemi ciclici che la società civile è chiamata ad affrontare, e che nel caso dell’estate sono davvero molti e molto gravi. Ce n’è uno, però, particolarmente odioso, che ogni anno funesta le cronache: l’abbandono degli animali.

Come ogni anno, all’avvicinarsi delle ferie estive si moltiplicano gli episodi di abbandono da parte di cittadini a dir poco irresponsabili che, con il loro comportamento, commettono un danno alla collettività in termini di disordine e di sicurezza, oltre che, ovviamente, una crudeltà gratuita nei confronti dei loro compagni a quattro zampe, che in alcun caso meritano un trattamento tanto indegno.

Abbandono degli animali: cosa dice la legge?

L’abbandono degli animali è normato nel codice penale dall’Articolo 727. Questo articolo prevede che chiunque abbandoni animali domestici o che abbiano abitudini di cattività, ed ugualmente detenga animali in condizioni incompatibili con la loro natura che ne producano gravi sofferenze, venga punito con l’arresto fino a un anno o l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro.

La legge considera quindi l’animale come essere vivente, a cui attribuire di conseguenza una serie di diritti. Presupposto questo, deve essere tutelato da tutte quelle attività dell’uomo che possono comportare l’inflizione di un dolore, se queste superano la normale soglia di tollerabilità.

Non solo il padrone!

Il reato di abbandono di animali può essere commesso da chiunque, quindi non solamente dal legittimo proprietario, ma anche da chi detenga occasionalmente l’animale.

Perché il reato sussista non è richiesto che la condotta di chi lo commette sia caratterizzata dalla volontà di infierire sull’animale. È sufficiente anche solamente un’omissione nei doveri di custodia e di cura. Si parla quindi in questo caso sia dell’elemento soggettivo del dolo che della colpa.

È un reato a forma libera, per cui può essere commesso con diverse modalità. Non essendovi una condotta tipicamente stigmatizzata, ad esempio dall’abbandonare l’animale in un luogo a fare in modo che l’animale possa scappare dal luogo in cui è custodito, il reato è procedibile d’ufficio. Questo significa che chiunque veda posto in essere un tale comportamento, potrà provvedere a farne denuncia presso le autorità competenti.

E invece, il caso del maltrattamento di animali?

Il maltrattamento degli animali è considerato diverso dall’abbandono, in quanto non punito solamente a titolo di semplice contravvenzione. È il reato di maltrattamento di animali, che punisce chi per crudeltà o senza necessità cagioni una lesione a un animale o lo sottoponga a sevizie o comportamenti insopportabili per le sue caratteristiche. Nella disposizione normativa è necessaria e fondamentale la coscienza del comportamento, sia commissivo che omissivo. Quindi sarà fondamentale che il colpevole scelga di commettere un gesto lesivo per l’animale, o di non mettere in opera un comportamento di cura che però è necessario al benessere dell’animale.

Non sono necessarie, quindi, delle lesioni fisiche. Quello che viene considerato, invece, è la sofferenza degli animali, che vengono tutelati quali esseri viventi in grado di percepire dolore.

La pena in questo caso è molto più grave: è prevista la reclusione da 3 a 18 mesi o la multa da 5.000 a 30.000 euro.

L’abbandono degli animali o il loro maltrattamento è un reato molto diffuso.

La consulenza di un legale per capire come funziona la legge è sempre consigliabile, e non solo in questo caso ma in molti altri! Se ne hai bisogno contatta il nostro studio: la prima consulenza è senza impegno.

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Lucrezia Zacchi

guida in stato di ebbrezza

Guida in stato ei ebbrezza 1: inquadramento e descrizione

 Con questo articolo cominciamo una piccola serie in più puntate per descrivere un problema in realtà, purtroppo, diffusissimo: la guida in stato di ebbrezza

Cercheremo di essere più completi possibile e di sviscerare l’argomento con precisione e distacco, fermo restando il consiglio umano, malgrado i parametri entro i quali la legge non interviene, di evitare a priori di bere alcolici se sappiamo che dobbiamo, poi, metterci alla guida. La normativa, però, resta complessa e articolata; abbiamo dunque sentito la necessità di trattarlain tre articoli che analizzino specificamente tre aspetti fondamentali che compongono il quadro. 

  • Inquadramento e descrizione 
  • Conseguenze: le sanzioni di tipo legale e amministrativo 
  • Casistica e aspetti amministrativi 

In questo articolo ci occuperemo delle basi: la fattispecie di illecito e come la norma lo recepisce. 

1 – Inquadramento e descrizione 

 La guida in stato di ebbrezza trova una sua collocazione normativa negli articoli 186 e 186Bis del Codice della Strada

 Per Guida in stato di ebbrezza intendiamo l’alterazione psicofisica dovuta all’assunzione di sostanze alcoliche. Esclusivamente alcoliche: non rientrano in queta fattispecie l’assunzione di medicinali o sostanze psicotrope, casi specifici trattati da altri articoli come il 187. 

 Prima di tutto il Codice identifica un “soggetto passivo”, ossia il conducente. La persona che guida o che ha guidato un veicolo fino a poco prima dell’accertamento. Resta completamente esclusa la posizione del semplice passeggero. 

 Il codice identifica delle soglie limite di tasso alcolemico, oltre le quali interviene in vario modo. 

 Innanzitutto, esiste una soglia minima al di sotto della quale non vengono prese in considerazione le conseguenze amministrative
 
Sotto gli 0,5 grammi di alcool per litro di sangue non si è in nessun modo punibili. Al di sopra di questa soglia minima, però scattano le prime sanzioni amministrative. Tali sanzioni, però, non sono penali

 Al di sopra degli 0,8 grammi di alcool per litro di sangue, la guida in stato di ebbrezza diventa però un illecito penalmente rilevante. Superata la soglia di 1,5 grammi per litro, infine, viene immediatamente ritirata la patente. 

Vi sono poi alcuni casi in cui la tolleranza limite viene esclusa. Parliamo di casi in cui il valore alcolemico rilevato deve essere pari a 0, e non esiste il concetto di “modica quantità”. È il caso di: 

  • Conducenti di età inferiore ai 21 anni
  • Conducenti neopatentati, ossia che abbiano conseguito la patente da meno di 3 anni. 
  • Conducenti professionali nel momento in cui svolgono la propria attività lavorativa. 
  • Conducenti di autobus, autoarticolati, autosnodati, veicoli destinati al trasporto di persone il cui numero di posti a sedere, escluso quello del conducente, è superiore a otto. Infine, conducenti di veicoli destinati al trasporto merci con massa complessiva a pieno carico superiore alle 43,5 tonnellate. 

Ma come si rileva il tasso alcolemico? 

 Le forze dell’ordine hanno una serie di strumenti per rilevare lo stato di ebbrezza di un conducente. Possono rilevarlo immediatamente, successivamente o sintomaticamente
 
Immediatamente, la rilevazione viene fatta dalla pattuglie sul luogo del controllo o dell’incidente. La rilevazione viene fatta grazie a un etilometro, nel quale il soggetto sottoposto all’accertamento è tenuto a espirare. Lo strumento è in grado di misurare la quantità di alcol presente nell’aria. 
 
La rilevazione va effettuata 2 volte, a distanza di 5 minuti l’una dall’altra. Gli etilometri devono possedere determinati requisiti che sono stabiliti in un disciplinare tecnico approvato dal Ministero dei Trasporti e della navigazione, assieme al Ministero della Sanità, decono essere tarati e omologati. 

Successivamente, la rilevazione viene fatta presso una struttura sanitaria, a mezzo di esami ematochimici. 

Questo articolo ti è stato utile? Non perderti il prossimo della serie che il nostro studio dedica alla guida in stato di ebbrezza, che approfondisce le sanzioni di tipo penale e amministrativo.  
 
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Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Lucrezia Zacchi

Phishing

Phishing: anatomia e cura delle truffe online

Il mondo del web è in evoluzione tanto costante quanto vorticosa: un mondo che cambia di continuo, che rinnova le sue offerte, e che vede crescere di giorno in giorno le minacce che veicola! Frodi, furto di dati sensibili e molto altro. Sono comportamenti ormai noti come phishing!

Phishing: capiamo di cosa si tratta

Il riferimento alla “pesca” utilizzato in questo frangente è quantomai calzante, in quanto il criminale non attende altro che la sua vittima cada nella rete che lui ha gettato.

Per questo motivo è necessario essere consapevoli e formati nell’ambito della navigazione online, evitando di lasciare i nostri codici di accesso, password personali e altri dati in siti non sicuri, per non cadere nella rete del… phishing!

Proteggersi dalle truffe online, dal phishing, è possibile

Ci sono delle semplici regole di comportamento da seguire, condivise dal Garante della Privacy.

Innanzitutto, per “Phishing” si intende una tecnica illecita utilizzata per appropriarsi di informazioni riservate relative a una persona o a un’azienda – username e password, codici di accesso, numeri di conto corrente, dati del bancomat – con l’intento di compiere azioni fraudolente.

Dove avvengono le truffe?

Di solito via e-mail, ma possono avvenire anche tramite sms, chat e social media. In genere il «ladro di identità» si presenta come un soggetto autorevole. Una banca, un gestore di carte di credito, un ente pubblico o altro. Invita poi a fornire dati personali per risolvere particolari problemi tecnici del conto bancario o con la carta di credito. Questo per accettare cambiamenti contrattuali, per gestire una cartella esattoriale e molto altro.

Un messaggio di phishing si riconosce perché solitamente si viene invitati a fornire direttamente i propri dati personali oppure, tramite un link, a compilare un form. I dati carpiti in questo modo possono essere utilizzati per fare acquisti a spese della vittima, prelevare denaro dal suo conto o addirittura compiere attività illecite utilizzando il suo nome e le sue credenziali.

Come comportarsi in caso di phishing: i passi fondamentali!

Ricorda alcune cose fondamentali.

  1. Banche, enti pubblici, aziende e grandi catene di vendita non richiedono informazioni personali tramite sms, e-mail. Le comunicazioni avvengono tramite canali ufficiali, ad esempio con l’applicazione della Banca.
  2. Non cliccare sui link contenuti in questi messaggi sms o e-mail: contengono spesso virus o programmi non sicuri.
  3. Se leggi da computer, un’accortezza è quella di posizionare sempre il puntatore del mouse sui link prima di cliccare. In molti casi si potrà così leggere in basso a sinistra nel browser il vero nome del sito cui si verrà indirizzati.
  4. Presta attenzione ad errori grammaticali, loghi sbagliati e formattazione strana, potrebbe essere indice di una traduzione automatica fatta da altre lingue.
  5. “Se non rispondi immediatamente alla presente mail il tuo conto bancario verrà bloccato”. Un tono eccessivamente intimidatorio può essere indice di una subdola strategia per spingere il destinatario a fornire informazioni personali.
  6. Come è noto, le password alfanumeriche complesse rendono più sicura la navigazione.
  7. Per gli acquisti online è indicato usare carte di credito prepagate. Vanno bene anche altri sistemi di pagamento che evitano la condivisione di dati del conto bancario o della carta di credito.
  8. Attiva un sistema di alert automatico che ti possa avvisare di ogni operazione effettuata.
  9. Se ti rimane il dubbio, chiama direttamente la banca o l’azienda che pensi ti stia contattando, attraverso un canale di comunicazione conosciuto e affidabile.

Truffa online, ecco cosa dice la legge

La legge, in attuazione di una specifica direttiva europea relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, norma il comportamento degli istituti. Prevede infatti che l’utilizzatore di un servizio di pagamento, il cliente, debba comunicare al prestatore del servizio lo smarrimento, il furto, l’appropriazione indebita o l’uso non autorizzato dello strumento non appena ne abbia conoscenza. Se il cliente nega di aver effettuato l’operazione, il prestatore del servizio, la Banca, dovrà dimostrare che l’operazione è stata correttamente effettuata.

Anche se la Banca riuscisse a dimostrare tale circostanza, sarebbe comunque responsabile nei confronti del cliente. Infatti quella sola circostanza non sarebbe sufficiente a dimostrare che è stato il cliente ad autorizzare il pagamento.

L’articolo 82 del GDPR, il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, si occupa di determinare che tipo di responsabilità abbia il titolare del trattamento dei dati. Nel nostro esempio, sempre la Banca. Si prevede che, chiunque subisca un danno, materiale o immateriale, causato da una violazione del GDPR, ha diritto al risarcimento del danno stesso. Questa disposizione non alleggerisce l’onere probatorio gravante sull’istituto di pagamento, ossia titolare del trattamento dei dati. In parole povere, la banca dovrà comunque dimostrare la correttezza dell’operazione, in quanto il GDPR è permeato dal principio di accountability.

Il principio di accountability enuncia chiaramente che spetta al titolare dimostrare il pieno rispetto delle previsioni del Regolamento. Si include in questo, ad esempio, la liceità dei trattamenti effettuati, l’adozione di idonee misure di sicurezza e via dicendo.

L’opinione della Corte di Cassazione sul phishing

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (HL Cass. Civ. Sez. VI, Ordinanza n. 9158/2018) chiarisce ulteriormente il concetto. La Cassazione ha definito che la responsabilità del prestatore di servizi trova fondamento nella posizione di garanzia che l’istituto di credito riveste nei confronti del cliente. Per cui al prestatore dei servizi è imposta una diligenza qualificata nell’adempimento dei propri obblighi.

Nel caso di specie, due correntisti agivano in giudizio contro un prestatore di servizi di pagamento per il rimborso di quanto sottratto a seguito di un episodio di phishing.

La Corte ha ritenuto che fosse ragionevole

ricondurre nell’area del rischio professionale del prestatore dei servizi di pagamento la possibilità di una utilizzazione dei codici di accesso al sistema da parte dei terzi, non attribuibile al dolo del titolare o a comportamenti talmente incauti da non poter essere fronteggiati in anticipo; ne consegue che la banca, cui è richiesta una diligenza di natura tecnica da valutarsi con il parametro dell’accorto banchiere, è tenuta a fornire la prova della riconducibilità dell’operazione al cliente

Si potrebbe concludere che sull’istituto di credito grava una responsabilità di tipo semi-oggettivo. Sarà infatti tenuto a provare, da un lato, di aver adottato tutte le misure idonee a garantire la sicurezza del sistema di pagamento. Dall’altro, che l’operazione sia riconducibile al cliente. Si tratta di una circostanza tutt’altro che agevole da dimostrare, se non vera e propria probatio diabolica.

Cadere nelle frodi online è davvero semplicissimo, tanto che spesso ce ne accorgiamo solo a mesi di distanza.

Farsi seguire da un legale, in questi casi, è sempre la migliore soluzione. Se pensi di essere vittima di phishing, contatta il nostro studio: la prima consulenza è senza impegno

Articolo realizzato in collaborazione con la dottoressa Camilla Cagnin

Fatto tenue

Fatto tenue, una norma innovativa

Si sente dire spesso che la legge è inflessibile, che un reato è un reato e che l’azione penale è automatica. Eppure neppure quello della legge è un mondo di assoluti, e persino un procedimento penale può iniziare o meno, anche se sussiste il fatto reato, se vi sono particolari condizioni. Oggi si esamina il caso in cui il fatto, penalmente rilevante, è comunque di particolare tenuità

Cos’è un fatto tenue, e come lo si identifica

Il concetto è stato recentemente introdotto nel nostro codice penale. Nell’articolo in questione si prevede che, in determinate condizioni, un fatto, previsto dalla legge quale reato, comporti la non punibilità di chi lo commette per particolare tenuità. In parole povere, chi si rende responsabile di un reato può non essere punito in virtù della particolare tenuità del fatto.

La volontà deflattiva della norma, ossia la sua vocazione ad alleggerire il sistema giudiziario, è del tutto evidente. Lo scopo della norma infatti, è di giungere a una rapida soluzione, mediante un decreto di archiviazione o con una sentenza di assoluzione, di procedimenti iniziati nei confronti di soggetti che abbiano sì commesso un reato, ma da ritenere non punibili perché complessivamente lo si considera come un fatto tenue. La giustizia avrà così più risorse per affrontare processi più complessi, fermo restando la possibilità per la persona offesa di agire in sede civile per il risarcimento del danno.

E’ questa la portata innovativa della norma, che, in qualche modo, trova dei precedenti nel nostro ordinamento, dall’improcedibilità dell’azione penale qualora il fatto sia di particolare tenuità, fino all’irrilevanza del fatto quale causa di non luogo a procedere per il processo penale minorile. Ovviamente in quest’ultimo caso l’interesse è quello di tutelare il minore, mentre nel primo la volontà del legislatore è sempre quella deflattiva.

L’istituto del fatto tenue, in ogni caso, è di particolare interesse per chi viene coinvolto in fatti di penale rilevanza. Certo, questo a patto che si tratti di episodi del tutto lievi messi in essere senza un’effettiva volontà delinquenziale e comunque con modalità tali da non destare un grave allarme sociale.

Il vero problema è quello di comprendere quando possiamo considerare un fatto tenue.

Il legislatore ha posto un limite oggettivo per stabilire la tenuità del fatto. La normativa di cui abbiamo parlato, infatti, può applicarsi solo a fatti che prevedono una pena massima pari a cinque anni.

Al limite oggettivo poi si affianca un limite soggettivo: il fatto va considerato tenue tenendo conto delle modalità della condotta e dell’esiguità del danno o del pericolo che il reato ha cagionato. Per stabilire le modalità della condotta bisognerà basarsi sulla previsione di legge (HL art. 133 c.p.) e quindi, in definitiva, si considera un fatto tenue quando, “rispetto all’interesse tutelato, l’esiguità del danno o del pericolo che ne è derivato, nonché la sua occasionalità e il grado di colpevolezza non giustificano l’esercizio dell’azione penale” ( Cass. Pen. Fasc. 11, 2004, p. 3882).

Dalla modalità della condotta è possibile senza ombra di dubbio valutare l’intensità del dolo o della colpa.

La valutazione dell’esiguità del danno va fatta in concreto, nessuna precostituita preclusione categoriale è consentita. Questo perché, dovendosi compiere una valutazione sulla effettiva manifestazione del reato, sulle sue effettive conseguenze, non sono ammesse presunzioni.

“Non esiste un’offesa tenue o grave in chiave archetipa. E’ la concreta manifestazione del reato che ne segna il disvalore”.

Cass., sez. un., 25 febbraio (dep. 6 aprile) 2016, n. 13681, Tushaj

Il secondo e il terzo comma dell’art. 131 bis stabiliscono degli ulteriori limiti oggettivi che comportano la disapplicazione della norma. Affermano infatti che un fatto non può considerarsi di particolare tenuità se il reato è stato commesso per motivi abietti o futili, con crudeltà, anche verso animali. Ancora, adoperando sevizie, approfittando delle condizioni di minore capacità di difesa della vittima, o l’aver cagionato, anche come conseguenze non volute, la morte o lesioni gravissime ad una persona. Si tratta di una serie di limiti oggettivi che impediscono l’applicazione della norma e non lasciano spazio ad interpretazioni di sorta.

Il terzo comma, infine, prevede non sia possibile considerare tenue un danno quando il comportamento del reo possa considerarsi abituale. Si è in presenza di una norma tassativa di tipizzazione dell’abitualità, ma mentre alcune indicazioni della norma sono chiare, atteso il riferimento ad istituti codicistici -delinquente abituale- appaiono più oscuri gli altri riferimenti.

La legge fa riferimento a più reati della stessa indole, ovvero che presentano caratteristiche comuni. Perché si possa parlare di reati della stessa indole, però, si deve essere almeno in presenza di illeciti così considerati sul piano giuridico. Parliamo quindi di comportamenti considerati reati perché hanno dato luogo a condanne o perché si trovano al cospetto del giudice. Infatti quei comportamenti che non hanno avuto rilievo giuridico non potranno mai dar luogo al concetto di abitualità, perché non sono mai stati portati al cospetto del giudice o addirittura delle Forze dell’Ordine.

Il comportamento va considerato abituale anche quando abbia ad oggetto condotte plurime, abituali o reiterate.

In questo ultimo caso siamo innanzi ad un solo fatto che abbia tuttavia ad oggetto più condotte, anche unite dal vincolo della continuazione, Si pensi per esempio a determinati reati, come i maltrattamenti in famiglia, che prevedono più condotte.

Ogni condotta, singolarmente considerata, potrebbe dirsi tenue, ma non lo è più quando il fatto è reiterato.

La concezione di fatto tenue ha sicuramente una portata innovativa, ma non rappresenta la volontà dell’ordinamento di rinunciare a perseguire chi compie un reato. Lo scopo, invece, è di evitare che fatti che non destano particolare allarme sociale e che possono trovare un’adeguata definizione in sede civile, vadano ad intasare la giustizia penale. Questo contribuisce a liberare risorse affinché il sistema giudiziario possa perseguire, invece, quelle condotte che effettivamente creano danni alla società.

L’argomento del fatto tenue è davvero molto complesso, tanto che spesso si configura allo scuro del reo. Per questo occorre sempre avvalersi del consiglio di un legale: rivolgiti al nostro studio se ne hai bisogno, la prima consulenza è senza impegno!

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Marta Michelon

reato di diffamazione

Reato di diffamazione: i social complicano le cose!

Alle volte, una conversazione, un confronto o uno scambio di post sui social sfugge di mano. Succede a tutti, non c’è nulla di strano, ma conviene fare un respiro profondo e contare fino a dieci prima di passare alle parole pesanti, nell’ottica di evitare di incorrere nel reato di diffamazione!

Il reato di diffamazione è un delitto purtroppo diffusissimo, perché sostanzialmente ricorre nelle circostanze più disparate e, da parte di chi lo commette, spesso meno prevedibili!

Reato di diffamazione: cosa dice la legge.

Il reato di diffamazione (HL art 595 c.p.) disciplina il caso di chi, comunicando con più persone, offende la reputazione altrui. Il reato è punito con la reclusione fino a un anno, oppure con una multa che può arrivare fino a 1032 euro. Chiaramente, queste previsioni sono aumentate nel caso in cui l’offesa consista in un fatto determinato, ossia nel caso in cui il contesto e le circostanze del caso concreto ci consentano di valutare se la fattispecie è aggravata o meno.

Allo stesso modo, aumentano se l’offesa è arrecata a mezzo stampa o un altro mezzo di pubblicità, oppure in un atto pubblico. Infine, aumentano se l’offesa è arrecata a un corpo amministrativo o giudiziario.

Riassumendo, il reato di diffamazione punisce chi, comunicando con più persone, arrechi un’offesa in modo volontario a una persona assente.

Il bene tutelato, ovvero l’elemento che la legge tende a difendere, è la reputazione della persona, che la legge vuole, appunto, tutelare. Esistono però dei presupposti che devono coesistere contemporaneamente perché il reato si configuri.

  • Assenza della persona nel momento in cui viene arrecata l’offesa. C’è quindi impossibilità della persona interessata a difendersi. Questo elemento è dirimente rispetto al reato di ingiuria, che è simile, ma che si configura quando l’offesa avviene in presenza della persona, e che oggi è una fattispecie depenalizzata.
  • Offesa alla reputazione quale lesione delle qualità personali, morali, sociali o professionali.
  • Quando vi è la presenza di almeno due persone, o almeno di una che però la comunichi poi ad altre.

Reato di diffamazione e i social: un mezzo nuovo da comprendere.

Anche il reato di diffamazione, chiaramente, si evolve di pari passo con l’evolversi dei mezzi di comunicazione! Nel caso in cui esso venga consumato attraverso i social, per esempio, il reato si aggrava come condotta commessa con altro mezzo di pubblicità.

Di per sé, il reato si consuma nel momento in cui terzi hanno percezione del messaggio offensivo, che viene veicolato nella consapevolezza di scrivere una frase lesiva dell’altrui reputazione. La condotta, infatti, potenzialmente è in grado di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente elevato di persone.

Il reato di diffamazione si configura anche senza indicare esplicitamente il nome e il cognome della persona, sempre che questa sia individuabile da chi recepisce il messaggio offensivo.

Come ci si può difendere?

Semplicemente sporgendo querela. La persona offesa dovrà denunciare il reato alle autorità competenti entro tre mesi dal momento in cui il fatto è stato consumato.

Il reato di diffamazione è qualcosa di complesso!

In tutto questo, sia che ci si debba difendere o che si debba pretendere giustizia nel caso del reato di diffamazione, occorre dotarsi degli strumenti giusti e soprattutto della giusta assistenza!

Contatta il nostro studio per qualsiasi bisogno: la prima consulenza è senza impegno!

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Lucrezia Zacchi

difensore d'ufficio

Il difensore d’ufficio

LA NORMATIVA

Il nostro codice di procedura penale prevede che in tutte le ipotesi nelle quali l’imputato deve essere assistito da un difensore e non provveda alla sua nomina, gli venga nominato un difensore d’ufficio. Questi ovviamente cessa dalla sua attività non appena l’imputato provveda a nominarne uno di fiducia.


L’istituto va considerato vanto di civiltà giuridica di uno stato democratico, che garantisce, fin dal suo sorgere, la difesa tecnica alla persona indagata. Purtroppo si tratta di un istituto con luci ed ombre, dovute da un lato alle diverse impossibilità a cui si trova innanzi il difensore in tutti quei casi nei quali non può interloquire con il cliente, dall’altro alla svalutazione della difesa d’ufficio per prassi giudiziaria.

La disciplina della difesa d’ufficio ha subìto e continua a subire cambiamenti, in linea con la volontà di rendere effettiva l’equiparazione tra la difesa d’ufficio e la difesa di fiducia. In particolare il legislatore ha cercato di equiparare le due figure in primo luogo garantendo alta professionalità del difensore d’ufficio, il quale viene iscritto in determinati elenchi, da cui poi la p.g. o l’autorità giudiziaria attinge solo ove presenti determinati requisiti.

Nella relazione dell’onorevole Saponara durante la seduta della camera dei Deputati del 18 dicembre 2000 si legge

“[…] il difensore d’ufficio deve essere come quello di fiducia e deve avere la sua stessa dignità; per assurdo, egli deve essere migliore dell’avvocato di fiducia”.

Si prevede, inoltre, che il difensore d’ufficio debba essere adeguatamente retribuito.

Attualmente, con l’ultima riforma, si prevede che l’elenco dei difensori d’ufficio (ora tenuto presso ciascun consiglio dell’ordine circondariale) venga unificato su base nazionale, attribuendo al Consiglio Nazionale Forense la competenza in ordine alle iscrizioni e al periodico aggiornamento.

Al fine di assicurare la qualificazione professionale, sono previsti criteri più rigorosi per l’iscrizione, richiedendo che chi viene iscritto a questo elenco segua dei corsi di aggiornamento che debbono avere un’adeguata durata e un esame finale. E’, inoltre, stata elevata a cinque anni – in precedenza erano due – la pregressa esperienza professionale in materia penale o, in alternativa, il conseguimento del titolo di specialista in diritto penale.

Ciò per comprendere come l’avvocato d’ufficio debba essere necessariamente persona con esperienza nel settore penale.

Il difensore d’ufficio entra nella scena processuale in momenti che possono essere differenti: o sin dall’inizio, con il primo atto garantito per il quale si prevede l’assistenza del difensore. Oppure anche in seguito nel caso di rinuncia, assenza, revoca o incompatibilità del precedente difensore. L’indagato viene subito avvertito di chi sia il suo difensore d’ufficio, e lo stesso viene altresì informato dell’obbligo di retribuzione. Questo a meno che l’indagato non possa accedere al patrocinio a spese dello Stato. Questo perché è diffusa l’opinione della gratuità della difesa d’ufficio, quando invece viene espressamente riconosciuta la retribuzione per il difensore.

Proprio per ovviare agli inconvenienti legati all’opinione della gratuità della difesa d’ufficio, in quanto dalla relazione dei lavori parlamentari si ricava che “parità [tra il difensore d’ufficio e il difensore di fiducia, n.d.a.] non possa esservi fino a quando il difensore d’ufficio non sia posto in grado di svolgere la propria attività nella prospettiva di ricevere adeguata retribuzione”. L’art. 32 disp. att. c.p.p. prevede che le procedure intraprese per il recupero dei crediti professionali vantati dai difensore d’ufficio sono esenti da bolli, imposte e tasse ed ancora l’art. 116 della normativa in materia di spese di giustizia prevede che qualora il difensore d’ufficio di persona reperibile (irreperibile di fatto) abbia esperito inutilmente le procedure per il recupero forzoso del proprio onorario, le spese verranno liquidate dal Giudice.

L’art.117 del dpr, invece, prevede l’ipotesi dell’irreperibile di diritto. In questo caso, salva la nuova disposizione in tema di irreperibilità, al pagamento del difensore nominato d’ufficio provvede lo Stato. In entrambi i casi, comunque, lo Stato ha diritto di ripetere dal condannato le spese sostenute per il patrocinio.

LA PRATICA

Gli aspetti pratici e i problemi legati alla difesa d’ufficio sono molteplici, alcuni endo-processuali, legati alla normativa di riferimento, altri eso-processuali, legati alla prassi giudiziaria. Non ultimo lo svilimento dell’avvocato stesso nel momento nel quale gli si chiede di preparare un’adeguata strategia difensiva di un soggetto che non si è mai incontrato e del quale si ignora addirittura la residenza.

Non può sottacersi che è abitudine della p.g. permettere agli indagati di eleggere domicilio presso il difensore d’ufficio. Questo impedisce da un lato al difensore di poter aver un minimo contatto con il cliente, dall’altro allo stesso cliente di conoscere la propria sorte giudiziaria in quanto non verrà mai informato degli eventi processuali.  Quella della mancanza del contatto con il cliente è la prima grande difficoltà del difensore d’ufficio che non potrà approntare alcuna strategia processuale se non quella documentale, ossia un approfondito studio degli atti.

Se solo si consideri che il rapporto tra cliente e avvocato ha le proprie fondamenta nella fiducia dell’uno nei confronti dell’altro, ben si può comprendere come, minato nelle fondamenta il rapporto, la difesa non possa che essere claudicante e talvolta inadeguata. Va anche detto che gli atti raccolti dalla p.g. e che portano ad un rinvio a giudizio molto spesso contengono valutazioni negative a carico dell’indagato. L’assunzione dei testi, in questi casi, appare una tappa obbligata per giungere a quel minimo di verità processuale che garantisca la difesa del soggetto. 

Vi sono, invece, quei casi nei quali l’incontro fra il difensore d’ufficio e l’indagato è certo,

Quindi quando il soggetto viene arrestato e si ha l’udienza di convalida.

Può essere, questo, l’unico contatto tra l’indagato e il difensore, per cui è bene approfittare del momento per comprendere gli accadimenti. Infatti se a seguito dell’udienza di convalida il soggetto viene liberato, avviene molto spesso che si perdano le tracce del cliente e quindi non sia più possibile costruire un’adeguata difesa. Anche le strategie processuali vanno improntate tenendo conto di tali aspetti pratici. Avviene spesso, quindi, che nel giudizio direttissimo il difensore sia subito portato ad avanzare richieste di riti alternativi. Questi non potranno più trovare ingresso nell’ipotesi in cui il difensore perda i contatti con il cliente.

Diversa, invece, è la situazione quando questo contatto sia possibile.

Se il contatto avviene sarebbe comportamento deontologicamente ineccepibile quello di informare nuovamente il soggetto della sua facoltà di nominare un difensore di fiducia. Ove tale decisione non venga presa “trasformare” la nomina d’ufficio in nomina di fiducia, potendo così ampliare le proprie facoltà e poteri nell’ambito difensivo.

Nella prassi la “trasformazione” avviene soprattutto per permettere al difensore di poter rinunciare ad un mandato divenuto difficile. Infatti va sottolineato che il difensore d’ufficio non può spogliarsi del mandato, se non in precisi e ben individuati casi. Tuttavia laddove manchi il rapporto fiduciario la gestione del cliente, molto spesso soggetto difficile, è un ulteriore ostacolo alla effettiva difesa di questi.

E’ del tutto sconsigliabile, poi, optare per un’ingiustificata e reiterata assenza del difensore d’ufficio nel corso del processo.

Nella prassi, in questi casi, si ricorre all’istituto di cui al 97 IV co. c.p.p., ossia la sostituzione con il difensore di turno. Si tratta di un soggetto prontamente reperibile il quale, tuttavia, in detta situazione, non può che approntare una difesa tecnica. Questa è volta esclusivamente a verificare la sussistenza formale delle regole procedurali, ma aspettarsi, in questi casi, un’adeguata difesa è una chimera per il difensore stesso.

Fuori dubbio è che il difensore d’ufficio possa svolgere indagini difensive, possa attivarsi mediante impugnazione. Tuttavia, anche in questi casi, la normativa viene inevitabilmente a scontarsi con problemi partici. Si deve considerare che avanti all’ordinario cliente “virtuale” del difensore d’ufficio, difficilmente il difensore stesso potrà intraprendere costose e dispendiose indagini difensive. Si caricherebbe caricandosi, anche, dei rischi deontologici e professionali legati alle indagini difensive stesse.

In definitiva, tuttavia, può dirsi che i problemi legati alla difficoltà di una soddisfazione economica del difensore d’ufficio non possono fermare il difensore stesso. In definitiva, deve essere “preparato, agguerrito, dinamico ed organizzato”.