asta giudiziaria

Asta giudiziaria: una procedura aperta a tutti

Spesso e volentieri sentiamo di persone che hanno concluso affari d’oro approfittando di un’asta giudiziaria, tanto che la possibilità di acquistare un bene costoso come un immobile attraverso un’asta giudiziaria tenta un po’ tutti! Le aste giudiziarie, però, richiedono molta attenzione e l’acquisto di immobili attraverso di esse è impegnativo per una famiglia, quindi è bene saperne il più possibile!

Andiamo con ordine: cos’è un’asta giudiziaria?

Un’asta è una vendita pubblica di beni al miglior offerente. Il caso che ci interessa vede i beni presi in carico dall’autorità giudiziaria e venduti nell’ambito di un procedimento esecutivo, come ad esempio il pignoramento di un immobile o una procedura concorsuale come un fallimento.

Piccola curiosità: l’etimologia del nome “Asta” deriva dal latino “Hasta”, letteralmente “Lancia”, perché in età romana si piantava una lancia dove la vendita aveva luogo. 

Come posso partecipare a un’asta giudiziaria, e come posso gestirla al meglio?

Prima di tutto devi venirne a conoscenza! Ci sono vari modi per informarsi, come:

  • consultare siti internt specializzati in materia, come quello del tribunale nel cui circondario sono ubicati gli immobili.
  • prendere visione delle pubblicazione negli spazi destinati all’affissione, talvolta degli stessi immobili messi in asta. Spesso gli organi preposti, però, non prevedono questo tipo di pubblicazioni. 
  • Individuare le pubblicità delle vendite sui quotidiani. 
  • Prendere visione degli avvisi di vendita direttamente presso la Cancelleria del Tribunale

Presso la Cancelleria è depositata anche una relazione di stima relativa all’immobile, realizzata dal Consulente Tecnico d’Ufficio: è sempre bene farsene dare una copia per sottoporla a un tecnico di fiducia che valuti la convenienza dell’acquisto.

È essenziale conoscere a fondo le caratteristiche del bene, come lo stato di conservazione, se è occupato dal debitore o meno, ed è sempre una buona idea fare un sopralluogo dell’edificio

L’asta è aperta a tutti, eccezion fatta per il debitore, anche se i suoi parenti, moglie o figli, possono partecipare. La partecipazione è ammessa sia direttamente che per procura, tramite un avvocato. 

Attenzione, però: se si si decide di far partecipare qualcun altro all’asta al proprio posto, costui dovrà chiarire presso la Cancelleria del Tribunale entro tre giorni dall‘incanto il nome della persona per cui si deposita l’offerta. Il mandato dovrà essere depositato, altrimenti l’aggiudicazione diventerà definitiva a nome del procuratore.

Le aste possono essere di due tipi: senza incanto o con incanto.

La vendita senza incanto è un’asta che si svolge a porte chiuse, senza la presenza fisica degli offerenti, tramite la presentazione di offerte.

A livello pratico prevede prima di tutto il deposito in Cancelleria (o solitamente presso il Custode Delegato dal Giudice alla vendita) di uno scritto in forma libera in cui è necessario indicare:

  • i propri dati anagrafici
  • l’immobile che si intende acquistare
  • l’indicazione del prezzo di acquisto che si propone, il modo in cui si intende pagare e la data in cui si intende saldare (entro 120giorni) e dell’ordinanza di vendita.

L’offerta, corredata delle marche richieste, deve essere completata da un assegno circolare a titolo di cauzione (o altra modalità stabilita dal bando di vendita).

Tutto deve essere inserito in una busta chiusa e depositato alla Cancelleria delle Esecuzioni Immobiliari del Tribunale (o presso il Custode Delegato alla vendita) nel cui circondario si trova l’immobile. Il cancelliere, ricevendo la busta, appone alcune annotazioni all’esterno in modo da identificare di quale procedura si tratta. 

Le buste pervenute devono essere conservate dalla cancelleria, e aperte, quindi, dal Giudice (o dal Custode Delegato) all’udienza fissata per l’esame delle offerte. Se ci sono più offerenti, il Giudice dell’esecuzione invita gli offerenti a una gara sull’offerta più alta. 

Inoltre, quando il Giudice dell’esecuzione dà luogo alla vendita, stabilisce con decreto tutte le modalità per il versamento del prezzo e il termine entro il quale deve essere effettuato il saldo. A volte viene concesso un pagamento rateale. Si può acquistare un bene all’asta anche attraverso un mutuo e con le c.d. „agevolazioni prima casa“ ove ricorrano i requisiti.

Infine, avvenuto il versamento, il Giudice emette un altro decreto per il trasferimento del bene espropriato al nuovo acquirente, e ingiunge al debitore o al custode di rilasciare l’immobile venduto. Questo costituisce titolo esecutivo per il rilascio. 

La vendita con incanto, invece, prevede la partecipazione diretta alla gara.

Non si presenterà, quindi una busta chiusa. Nel provvedimento con il quale il Giudice dell’esecuzione ordina l’incanto, si stabiliscono:

  • prezzo base dell’incanto
  • giorno e ora dell’incanto e le forme di pubblicità
  • la misura minima dell’aumento delle offerte
  • la cauzione da versare, che verrà poi restituita a chi non vincerà la gara.

La gara in sé si svolge molto velocemente: le offerte, per essere valide, devono superare il prezzo base o l’offerta precedente nella misura minima indicata. Tra un’offerta e l’altra non deve trascorrere più di uno/due minuti (il tempo è stabilito prima dell’apertura dell’asta), altrimenti l’ultima offerta fatta diviene definitiva. 

Una volta conclusa l’asta, il vincitore viene definito “aggiudicatario provvisorio”. Questo perché vengono ancora concessi dieci giorni di tempo per avanzare ulteriori offerte, che però devono superare di un quinto il prezzo raggiunto nell’incanto. 

Trascorsi, infine, dieci giorni dall’aggiudicazione senza ulteriori offerte, l’aggiudicatario diventa definitivo… e può tirare un sospiro di sollievo!

Solo il Tribunale si occupa della vendita all’asta?

No: recentemente, è stata introdotta nel nostro ordinamento la possibilità per il giudice di delegare le operazioni di vendita dei beni mobili registrati e dei beni immobili . Inizialmente, questa possibilità è stata attribuita solo ai notai, ma successivamente è stata estesa anche ad avvocati e commercialisti iscritti ad appositi elenchi.

Ovviamente, la partecipazione del professionista al processo esecutivo rimane soggetta alla direzione del Giudice, al quale spetta la definizione dell’ambito delle funzioni delegate e la risoluzione delle controversie che possano sorgere. 

La procedura di partecipazione a un’asta giudiziaria è comunque qualcosa di laborioso e difficile!

Affidarsi a un professionista può essere la soluzione ideale! Scopri come funzionano gli istituti di Rappresentanza e Procura!

Hai bisogno della nostra assistenza? Contattaci: la prima consulenza è senza impegno!

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Alberto Padoan.

decreto ingiuntivo

Decreto ingiuntivo: cos’è e come posso oppormi

Ci sono determinate esperienze, nella vita, che davvero non vorremmo vivere. Esperienze negative capaci di destabilizzarci e che spesso non sappiamo come affrontare. Una di queste è ricevere un decreto ingiuntivo!

A dire il vero, ricevere un decreto ingiuntivo non è così insolito e può capitare davvero a tutti. Cerchiamo quindi di capire meglio di cosa si tratta, e soprattutto, come opporci quando riteniamo che il decreto sia stato emesso ingiustamente!

Cos’è un decreto ingiuntivo?

Innanzitutto cerchiamo di capire di cosa stiamo parlando. Un decreto ingiuntivo, detto anche ingiunzione di pagamento, è un atto giudiziario con il quale il Giudice ingiunge a un debitore di pagare una somma determinata di denaro o di consegnare una cosa determinata o una certa quantità di cose il cui valore va a colmare il debito. 

Il decreto ingiuntivo viene emesso a seguito di un procedimento speciale, chiamato anche “monitorio”, che consente di ottenere il più rapidamente possibile un titolo esecutivo.

La caratteristica fondamentale di questa particolare procedura è l‘assenza totale di un contraddittorio nella sua prima fase, ossia quella successiva al deposito del ricorso. Infatti, una volta ricevuto il ricorso iniziale, il Giudice esamina l’atto e i documenti e, se ritiene che vi siano i presupposti, emette il decreto ingiuntivo, senza fissare alcuna udienza.

Il ricorrente, quindi, dovrà depositare il ricorso per ingiunzione di pagamento presso la cancelleria del Giudice competente, il Giudice di Pace o il Tribunale a composizione monocratica. Fatto questo, una volta che il Giudice lo avrà emesso, senza conferire con l’altra parte, ricorso e decreto verranno portate a conoscenza del debitore. Qesto mediante una notifica per copia autentica, entro e non oltre 60 giorni dal deposito in cancelleria del decreto stesso.

Dopo essere stato notificato, il decreto ingiuntivo ha valore per dieci anni!

Inoltre, con questo titolo, nel caso in cui il debitore non dovesse pagare, sarà poi possibile attivare l’esecuzione forzata, ossia il pignoramento dei beni del debitore.

Quindi, come si vede, l’iter che porta all’emissione di un decreto ingiuntivo è molto semplice e può capitare di riceverne uno per una situazione “debitoria” di cui non siamo a conoscenza o che non riteniamo tale! 

Cosa fare, dunque, quando si riceve un decreto ingiuntivo?

Una volta notificato il decreto ingiuntivo, il “debitore ingiunto”, ossia il destinatario del decreto, può fare tre cose: 

1. Adempiere spontaneamente, cioè pagare ed evitare così un eventuale pignoramento.

2. Non fare nulla: adottata questa strategia, trascorsi 40 giorni dalla notifica, il creditore farà dichiarare definitivo il decreto ingiuntivo, chiedendo che lo stesso venga dichiarato „esecutivo“. Bisogna però prestare attenzione, perchè in alcuni casi il decreto ingiuntivo è “provvisoriamente esecutivo” fin da subito e in questo caso non occorre che il creditore attenda 40 giorni prima di poter agire. Ottenuta l’esecutorietà del decreto, il creditore può avviare l’azione esecutiva, notificando il precetto. Con questo atto egli “intima e fa precetto” al debitore di pagare entro e non oltre il termine di 10 giorni. Scaduto quest’ultimo termine, il creditore è libero di procedere a pignoramento, che sia esso mobiliare, presso terzi o immobiliare. 

3. Proporre opposizione al decreto ingiuntivo!

Come ci si oppone a un decreto emesso a nostro nome?

Lo strumento difensivo a disposizione dell’ingiunto è quindi l’Opposizione , con cui è possibile far valere eventuali vizi della notificazione. Ad esempio, il fatto che la notifica sia avvenuta oltre i 60 giorni dall’emissione del decreto ingiuntivo. Oppure l’incompetenza del Giudice adito con il ricorso per ingiunzione oppure contestare nel merito la stessa esistenza del debito. 

A seguito dell’opposizione si instaura un giudizio ordinario di cognizione, nel corso del quale il Giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo valuta il caso più approfonditamente e si pronuncia sulla natura o l’esistenza del credito azionato dal ricorrente. 

Si tratta di quel che viene definito, sia dalla dottrina, sia dalla giurisprudenza, “contraddittorio differito”: è solo con l’atto di citazione in opposizione che il Giudice entra nel merito dell’accertamento del credito vantato.

L’opposizione deve essere presentata, come si diceva, entro 40 giorni dalla notifica del decreto. Questo a meno che non si proceda a una “opposizione tardiva” (hyperlink art. 650 c.p.c.), possibile quando il debitore/ingiunto dimostri di non aver avuto tempestiva conoscenza del decreto ingiuntivo per caso fortuito o forza maggiore, circostanze che dovranno essere dimostrate. Non sarà in ogni caso possibile opporsi una volta trascorsi 10 giorni dal primo atto di esecuzione. 

L’atto di citazione in opposizione, contenente l’esposizione delle ragioni del debitore, deve essere notificato da quest‘ultimo al creditore o al suo difensore. Deve indicare, tra le altre cose, il giorno dell‘udienza di comparizione, che non potrà svolgersi prima che siano trascorsi 90 giorni (o 45) dalla notifica dell’atto di citazione.

L‘opposizione può avere diversi esiti:

  • Può essere totalmente rigettata: in tal caso, il decreto diviene definitivo;
  • Può essere accolta integralmente: in questa ipotesi, il decreto non sarà più efficace;
  • Può essere accolta parzialmente: in questo caso il decreto sarà sostituito dalla sentenza, che diverrà il nuovo titolo esecutivo.

Come già anticipato, se il debitore non provvede al pagamento, ma nemmeno si oppone al decreto, oppure, se l’opposizione non va a buon fine, il creditore è autorizzato ad avviare l’esecuzione e, quindi, a procedere al pignoramento dei beni.

Quindi, se ricevi un decreto ingiuntivo, non farti prendere dal panico e contatta il nostro Studio: la prima consulenza è senza impegno!

Articolo realizzato in collaborazione con l’Avv. Alice Pizzo. 

diritto alla disconnessione

Diritto alla disconnessione: ricaricarsi… staccando la spina!


Paradossale a dirsi ma immediato nella vita di chiunque, tutti abbiamo bisogno di un periodo di distacco dal mondo per ricaricarci e tornare al nostro lavoro con più efficacia. Fin qui nulla di strano, esperienze di vita comune, eppure negli ultimi tempi le nuove forme di lavoro da remoto hanno imposto una riflessione seria su un argomento caro a tutti i lavoratori: il diritto alla disconnessione.

Il diritto alla disconnessione: tutto comincia con lo smart working.

Lo smart working è una modalità di lavoro che, durante il periodo di lock down, quasi tutti si sono trovati costretti a sperimentare e che sembra essere destinata a divenire parte della nostra quotidianità. Alcuni Stati, lo ricordiamo, hanno già preso atto del cambiamento in corso e hanno già introdotto norme volte a regolamentare lo smart working e riportare in equilibrio il rapporto fra vita e lavoro.

Secondo i dati diffusi dal Parlamento europeo, con l’avvento della pandemia il c.d. smart working ha avuto un incremento, rispetto al periodo precedente, di almeno un 30%, determinando un importante cambiamento nelle vite dei lavoratori. Il lavorare da casa, infatti, ha portato ad essere sempre connessi e, quindi, a prestare attività per molte ore continuative: in media si è calcolato che un lavoratore in smart working sia effettivamente attivo per non meno di 48 ore settimanali.

Tutto ciò ha avuto, inevitabilmente, un impatto negativo sull’equilibrio fra esigenze lavorative e di vita quotidiana. Per questo, all’inizio dell’anno, lo stesso Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione Europea di approvare una legge che garantisca il c.d. diritto alla disconnessione, ossia il diritto del lavoratore a disconnettersi digitalmente dalla sua attività al termine dell’orario di lavoro, senza ciò abbia ripercussioni negative da parte del datore di lavoro.

Il “diritto alla disconnessione” è ormai divenuto un diritto fondamentale, equiparabile al diritto di godere del riposo infrasettimanale o delle ferie.

Tra i vari Stati europei che hanno regolamentato lo smart working, il Portogallo è stato il primo ad aver recepito, almeno in parte, le indicazioni provenienti dal Parlamento europeo. Infatti, pur non avendo riconosciuto un vero e proprio diritto alla disconnessione, ha espressamente vietato ai datori di lavoro di contattare i dipendenti fuori dall’orario di lavoro o di monitorarli mentre lavorano da casa, sostanzialmente tutelando la libertà di ogni lavoratore di dedicare un adeguato numero di ore alla propria vita privata. Oltre a questo, la legge prevede che ai lavoratori venga elargito un contributo economico per far fronte alle spese di connessione internet e di elettricità, anche se le disposizioni non saranno applicabili alle aziende con meno di dieci dipendenti.

È bene sottolineare, però, che tra gli obiettivi della nuova normativa non vi è soltanto quello di tutelare i lavoratori, ma anche quello di attrarre i nomadi digitali nel Paese, secondo quanto dichiarato dalla stessa ministra portoghese Ana Mendes Godinho.

E per quanto riguarda l’Italia?

In Italia esiste già una legge che regolamenta il lavoro agile, la L. n. 81/2017. Essa, però, non contempla alcun generale diritto alla disconnessione ed ha rimesso la regolamentazione ad un eventuale accordo tra le parti, il quale dovrà individuare “i tempi di riposo del lavoratore nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro”

La genericità di tali disposizioni fa sì che, molto spesso, la disconnessione rimanga inattuata nella pratica; per questo, nella nuova società post pandemia, si rende inevitabile un nuovo intervento del legislatore o, quanto meno, della contrattazione collettiva, al fine di garantire ai lavoratori agili un effettivo diritto alla disconnessione.

Il diritto del lavoro, qualcosa di davvero complesso

Per questo, quando si tratta di comprendere e far valere i propri diritti, è sempre consigliabile rivolgersi a un professionista. Contatta il nostro studio: la prima consulenza è senza impegno!

decreto di espulsione cosa fare

Decreto di espulsione: cosa fare se ne vengo colpito

Soprattutto d’estate molti stranieri ricevono un Decreto di Espulsione: cosa fare in questo caso? Si tratta di una procedura molto complessa, che ha molte sfaccettature, e che abbiamo già ampiamente descritto in un nostro precedente articolo.

Può spaventare la complessità della materia trattata, ma vale la pena considerare che esistono strumenti legali per tutelare, oltre che la sicurezza dello stato, anche l’interesse e i diritti del cittadino straniero destinatario del decreto di espulsione.

Il primo consiglio da dare, e in assoluto il più saggio, è quello di cercare un’adeguata assistenza legale, ma prima di farlo è bene capire quello che si affronta.

Decreto di espulsione: cosa fare quando mi notificano un provvedimento di espulsione prefettizia?

I provvedimenti di espulsione prefettizi sono atti “recettizi”, ossia hanno effetto solo nel momento in cui vengono notificati all’interessato.

Ovviamente, essendo immediatamente esecutivi non possono essere sospesi a causa della loro impugnazione, a meno che non sia il giudice a sospenderli, eccezionalmente e solo se ci sono validi motivi. Questo significa che, considerando che l’interessato deve trovarsi al di fuori dei confini nazionali entro 7 giorni, l’eventuale accoglimento del ricorso avverrà quando l’interessato sarà già al di fuori dei confini dell’Unione Europea, e sarà necessario ottenere  nuovo visto d’ingresso per ritornare in Italia.

Il ricorso va presentato entro 30 giorni dalla notifica del decreto di espulsione, dinanzi al giudice di pace del luogo dove ha sede l’autorità che ha disposto l’espulsione. Se, ad esempio, il decreto di espulsione viene disposto dalla prefettura di Padova, dovrò depositare il ricorso presso il Giudice di Pace di Padova.

Il ricorso può essere depositato dallo straniero autonomamente, ma in seguito si rende necessaria l’assistenza di un difensore di propria fiducia o d’ufficio, con il diritto ad accedere al patrocinio a spese dello Stato.

Nel caso in cui il giudice rigetti il ricorso, l’interessato può ricorrere in Cassazione.

Cosa devo fare quando mi notificano un’espulsione ministeriale? 

Data la natura altamente discrezionale dei decreti di espulsione ministeriale, questi sono insindacabili nel merito. Possono essere impugnati solo riguardo all’adeguatezza formale della motivazione davanti al giudice amministrativo.

Il ricorso dovrà essere presentato presso il TAR del Lazio entro i 30 giorni dalla notifica del provvedimento.

Decreto di espulsione, cosa fare nel caso di un richiedente asilo

I richiedenti protezione internazionale hanno diritto al rilascio di un permesso di soggiorno valido per sei mesi. Questo è rinnovabile fino alla decisione della domanda o comunque per il tempo in cui è autorizzato a rimanere nel territorio nazionale per la durata di tutte le fasi, sia amministrativa che giudiziaria, necessarie all’esame dei requisiti per il riconoscimento della protezione internazionale.

Spesso, costoro sono destinatari di decreti espulsione prefettizia, ma bisognerà verificare a che punto si trovi la procedura di richiesta di protezione internazionale.

Se il decreto ha raggiunto l’interessato nel momento in cui la domanda di protezione internazionale è ancora pendente, il decreto sarà annullabile in quanto emesso in violazione dell’articolo 7 D.Lgs. 25/2008. Tale norma, infatti, definisce il diritto per chi ha presentato domanda di asilo a rimanere sul territorio dello Stato fino alla decisione della commissione territoriale.

Nel caso si abbia presentato domanda di sanatoria?

Ai sensi dell’articolo 103 del Decreto Legge 34/2020, chi ha proposto domanda di sanatoria è un soggetto inespellibile. Questo perché fra le cause che impediscono la presentazione della domanda non è annoverata l’ipotesi di essere stati destinatari di un decreto di espulsione amministrativa. Pertanto allo stesso soggetto potrebbe essere rilasciato un permesso di soggiorno temporaneo.

La pandemia può essere un motivo per richiedere l’annullamento del decreto espulsivo?

Sì! In molti casi le autorità giudiziarie si sono pronunciate ritenendo illegittimi i provvedimenti di espulsione, proprio a causa della chiusura dei confini da parte di moltissimi Stati, e della sospensione dei voli in ingresso a causa dell’emergenza Covid 19. 

Ovviamente tutto questo riguarda stranieri che abbiano raggiunto la maggiore età: la situazione cambia nel caso questi siano minori non accompagnati! 
Hai bisogno di assistenza in questo campo? Contatta il nostro studio: la prima consulenza è senza impegno!

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Maria Monica Bassan

rappresentanza e procura

Rappresentanza e procura: uno sguardo alla legge

Spesso, per portare a termine operazioni o affari per cui non possediamo la preparazione tecnica adeguata, abbiamo bisogno del supporto di un esperto. 

È in questo caso che subentra il concetto di “Rappresentanza”, ossia il concetto giuridico che prevede che un soggetto agisca per conto e nell’interesse di un altro

La terminologia, fra il concetto di rappresentanza, procura o mandato, rischia spesso di generare confusione. Cerchiamo allora di comprendere in cosa consista la materia e dotarci sia di un glossario che di una comprensione di base di come questi meccanismi giuridici funzionino. 

Rappresentanza

Innanzitutto, definiamo il concetto stesso di “rappresentanza”: sussiste nel momento in cui un soggetto ha il potere di compiere uno o più atti giuridici nell’interesse di un altro soggetto. Si parla quindi di Rappresentante nel caso di colui che compie l’atto, e di Rappresentato nel caso di colui nel nome del quale l’atto viene compiuto

Il potere che il Rappresentato attribuisce al Rappresentante è detto “Rappresentanza volontaria.”

Procura o Delega

L’atto giuridico con cui il rappresentato attribuisce al rappresentante il potere di rappresentanza per il compimento del negozio giuridico è detto Procura o impropriamente Delega. La Procura è un atto unilaterale attraverso il quale il rappresentato dichiara che sussiste un rapporto di rappresentanza verso terzi soggetti. In soldoni, si tratta di una dichiarazione con la quale il rappresentato dichiara che per un determinato affare il rappresentante agirà a suo nome nei rapporti con terze parti.

Mandato

Il Mandato è , diversamente dalla procura, un vero e proprio contratto fra due parti, in cui un soggetto (o mandatario) si obbliga a compiere uno o più atti giuridici in nome di un secondo soggetto (o mandante). 

Il mandato può essere con o senza rappresentanza: quando il mandato è con rappresentanza, il mandatario dichiara di agire in nome e per conto del mandante nel compimento del negozio giuridico. Questo significa che gli effetti del negozio concluso ricadono direttamente in capo al mandante. Nel caso di mandato senza rappresentanza, invece, è necessario che il mandante dia l’autorizzazione personalmente alla conclusione del negozio.

Falsus procurator

La legge contempla anche la figura del Falso Procuratore, ossia un caso di rappresentanza senza potere. Nel caso del Falsus procurator, il rappresentante agisce del tutto privo della procura. Può verificarsi anche caso in cui il rappresentante, pur avendo la procura del rappresentato, agisca eccedento i limiti della procura stessa e quindi esorbitando i suoi poteri.

Questo caso si può presentare quando un terzo soggetto conclude un contratto con un rappresentante che non ha poteri per farlo. 

In questo caso, il contratto è inefficace: non si producono gli effetti in capo a nessuna delle parti.

Inoltre, il Falso Procuratore è tenuto a risarcire gli eventuali danni che il terzo contraente possa subire dopo aver stipulato il contratto, confidando nel suo buon esito, purché questi ignorasse la mancata procura. 

La legge prevede infatti che il terzo contraente abbia l’onere di controllare la legittimazione della controparte e richiedene prova. Nel caso in cui, infatti, ci si presentasse davanti un soggetto che asserisca di agire per procura rispetto a un altro soggetto, noi saremo tenuti a controllare e richiedere la prova che questo sia vero per poter essere pienamente tutelati. 

La Ratifica

Può darsi il caso in cui un contratto concluso da un falso procuratore rientri nell’interesse del falsamente rappresentato. In questo caso, questi avrà interesse ad accettare l’operato del falso procuratore.

Per fare ciò dovrà porre in essere una ratifica: un atto in cui il falso rappresentato dichiara di accettare l’atto del falso procuratore ed appropriarsi dei suoi effetti. Pertanto, si sana l’eccesso o il difetto di potere del falso procuratore, e si accetta il contratto già stipulato senza la necessità di realizzarne un altro. 

La ratifica produce i suoi effetti dal momento in cui il terzo soggetto (il contraente del contratto) ne viene a conoscenza. La ratifica può essere espressa sia verbalmente che per iscritto e anche tacitamente per fatti concludenti, ossia quando il falsamente rappresentato non fa nulla per rifiutare il contratto stipulato.

E dal punto di vista formale?

Che forma deve avere una procura?

Il codice civile dispone che la procura debba avere la stessa forma richiesta per il negozio principale

Quindi, nel caso in cui il contratto da concludersi richiede una forma scritta per essere valido, sarà necessaria una procura in forma scritta. In tutti gli altri casi è sufficiente che, davanti ai terzi, sia chiaro e non equivocabile che il rappresentante sta agendo nel nome del rappresentato. 

Il fatto di agire in nome del rappresentato prende il nome di “Contemplatio Domini”.

Vuoi approfondire il concetto di rappresentanza legale?

Leggi il nostro articolo sul difensore d’ufficio!

Hai bisogno di assistenza? Contatta il nostro studio: la prima consulenza è gratuita!

Articolo scritto in collaborazione con la dottoressa Giulia Piccolo

assegno divorzile

Assegno divorzile: stringersi la mano in un momento difficile

Spesso, guardando film o serie TV, ci facciamo un’idea stereotipata e infarcita di luoghi comuni riguardo ad uno degli istituti più temuti da chiunque affronti il già difficilissimo momento del divorzio. L’assegno divorzile, ossia quanto l’ex coniuge è tenuto a versare al coniuge economicamente più debole a titolo di assegno di mantenimento.

Occorre partire dal presupposto che, la maggior parte delle volte, la narrazione di un divorzio che ci deriva dal cinema viene fatta sulla scorta del sistema giuridico statunitense. Spesso, appunto, le informazioni che filtrano sono stereotipate e servono più a fare da corollario ad una situazione drammaturgica che a descrivere la realtà. 

Assegno divorzile: una misura unidirezionale?

Ad esempio, non è assolutamente vero che l’assegno divorzile va nell’unica direzione della moglie. Allo stesso modo non è vero che il marito deve dissanguarsi per soddisfare la pretesa di una cifra arbitrariamente fissata da un giudice onnipotente. 

Nell’ordinamento italiano, l’assegno divorzile è stabilito secondo parametri ben precisi e il più possibile equi. Vediamo quali. 

Innanzitutto, ci corre l’obbligo di fare un rapido passaggio sull’istituto legale dell’assegno divorzile.

La legge prevede che: 

“tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio…” il Tribunale disponga “… l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Articolo 5 della legge 898/1970, al sesto comma,

L’idea di base è mantenere il tenore di vita.

Sino al 2017 la norma era stata interpretata così da garantire all’ex coniuge economicamente più debole un assegno che potesse permettergli lo stesso tenore di vita che aveva avuto durante la sussistenza del rapporto matrimoniale. 

Nel 2017  viene abbandonato quel criterio guida e si ha riguardo all’autosufficienza economica del coniuge e alla sua capacità di produrre reddito. Invero la diversa interpretazione della normativa di riferimento è frutto dei tempi. Ad una famiglia degli anni 70 nella la moglie era molto spesso casalinga o comunque aveva un reddito inferiore a quello del marito poiché lavorava part-time per dedicarsi alla famiglia. Ad essa si è sostituita oggi una famiglia nella quale i redditi e i ruoli dei coniugi possono essere paritari. Sicché il parametro guida del tenore della vita matrimoniale non corrispondeva più al concetto di famiglia come oramai si interpreta. 

Qui entra in gioco il concetto di diritto vivo

Il diritto vivo è appunto questo: l’adattare la norma, che ha carattere universale- ai tempi in cui la norma stessa deve trovare applicazione, e questo è il compito dei giudici. In tal senso sono intervenute le sentenze di cui si dirà appresso.

Dal criterio dell’autosufficienza economica, tuttavia, sono conseguite delle aberrazioni. Soprattutto in quei casi nei quali la moglie aveva conservato una capacità lavorativa che tuttavia non poteva più spendere in un momento di crisi economica. 
 
A dirimere la questione è intervenuta la sentenza 18287/2018 delle Sezioni Unite. Questa ha avuto il merito di superare ma al contempo contemperare le opposte visioni giurisprudenziali vagliando l’oggettiva situazione delle parti. L’assegno divorzile viene parametrato alla situazione dei coniugi e alla storia coniugale. Si mette per la prima volta su un piano paritetico tutti i criteri presi in considerazione dall’articolo 5 della legge sul divorzio del 1970

Ma qual è, dunque, lo scopo dell’assegno divorzile?

Attualmente, la funzione dell’assegno divorzile può riassumersi in due funzioni. Assistenziale, compensativa e solo in parte perequativa, ossia con lo scopo di eliminare eventuali disparità ed eliminare svantaggi. 
  
Ne ha diritto chi si trova in una situazione di difficoltà economica come conseguenza della conclusione del matrimonio non avendo possibilità di procurarsi altrove i mezzi di sostentamento necessari sulla base di difficoltà oggettive. 
  
Stabilito, quindi, il diritto all’assegno dell’ex coniuge, il Giudice sarà tenuto a determinare quale funzione, una o più, debba assolvere l’assegno. Se quella assistenziale, ossia ha lo scopo di sopperire ad oggettiva mancanza del coniuge economicamente debole, quella perequativa, di cui si è detto, o ancora quella compensativa. In questo caso comporta la valutazione dei sacrifici fatti dal coniuge “debole” per la famiglia. L’assegno potrà quindi essere quantificato anche sulla base del contributo dato dal coniuge alla vita coniugale. Questo per garantirgli un reddito che tenga conto anche dei sacrifici fatti. 

Non è mai facile porre termine a una storia d’amore.

Così, sul finire di un matrimonio, si pareggiano i conti e si rimette in pari il piatto della bilancia. Ma è possibile agire preventivamente per evitare malintesi e non lasciare nulla al caso in un matrimonio? 
 
Per questo potete contattare lo studio: la prima consulenza è senza impegno!

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Alice Pizzo

ius soli

Ius soli: la prossima tappa per i diritti civili

Ogni tanto si torna a discuterne ma, fino ad oggi, nessuna decisione politica. Sempre troppo rumore per nulla, dati i risultati per lo meno, Eppure lo ius soli è una delle battaglie più importanti nel panorama dei diritti civili.

In cosa consiste lo Ius Soli?

Lo Ius soli è un’espressione giuridica, in latino «diritto del suolo». Indica l’acquisizione della
cittadinanza di un determinato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.

Sostanzialmente, dunque, si tratta di una tecnica per ottenere la cittadinanza di uno Stato. Dello Ius Soli
abbiamo diverse versioni giuridiche a seconda del Paese che lo ha adottato. Quasi tutti i Paesi del
Continente Americano, dal Brasile al Canada agli Stati Uniti, applicano lo Ius Soli automatico,
incondizionato. Al nascere all’interno dei confini del paese, la persona acquisisce la cittadinanza.

Sottostanno ad alcune precondizioni lo Ius Soli di alcuni Paesi europei come la Germania. Prevede
l’attribuzione della cittadinanza al nuovo nato se almeno uno dei due genitori risiede regolarmente nel
paese da almeno 8 anni.

E in Italia lo Ius Soli esiste?

Nel nostro Paese è attualmente vigente una diversa concezione del diritto di cittadinanza. Infatti si
acquisisce la cittadinanza, tra le altre ipotesi, per Ius Sanguinis, dal latino, “diritto di sangue”. Se si
nasce o si è adottati da cittadini italiani come prevede la legge sulla cittadinanza.

Tra l’altro questa legge è stata modificata sia dal Decreto Sicurezza dell’allora Ministro dell’Interno Salvini sia dal cosiddetto Decreto Lamorgese, nuova Ministra dell’Interno.

Come si accede alla cittadinanza?

La modalità più frequente è quella che consente di chiedere la cittadinanza italiana agli stranieri residenti
regolarmente in Italia da almeno 10 anni
, e sulla continuità della residenza si aprono numerosi
problemi.

Inoltre il richiedente deve dimostrare di avere redditi sufficienti al sostentamento. Nei tre anni
precedenti la richiesta dovranno essere di almeno 8263,31 € nel caso in cui non abbiano moglie o figli, diversamente il tetto di reddito aumenta. Occorre dimostrare di non avere precedenti penali e di non essere in possesso di motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica. Anche il requisito reddituale a prima vista molto semplice, in realtà per uno straniero con famiglie monoreddito, con numerose persone a carico e con lavori saltuari o non sempre regolari queste cifre sono difficili da documentare.

A ciò si aggiunge una serie di documenti da allegare reperibili solo nel Paese di origine. Talvolta in certi
Stati è difficilissimo anche recuperare un semplice certificato di nascita o certificato penale. In molti casi, non è raro che i dati anagrafici riportati nei certificati originali poi tradotti e asseverati in Italia siano differenti da quelli dichiarati dallo straniero e risultanti nei documenti italiani.

E qui si apre il lungo e difficile lavoro di certificazione, di correzione o di variazione anagrafica che tante volte deve passare anche attraverso un accertamento e una dichiarazione da parte di una Autorità Giudiziaria.

Lo Ius Soli per i figli

Il vero capitolo dolente della nostra normativa ormai datata. Per quanto concerne i figli minori conviventi, nel momento del giuramento del nuovo cittadino italiano, essi diventano automaticamente italiani.

Invece in caso di una persona straniera nata in Italia da genitori stranieri, potrà fare autonoma richiesta di cittadinanza solo al compimento del diciottesimo anno d’età. Tra l’altro, l’amministrazione comunale di
residenza ha il compito di informare i neomaggiorenni di questa opportunità.

In vero problema quindi è per i figli maggiorenni del richiedente cittadinanza. Secondo la legge, qualora
all’ottenimento della cittadinanza il figlio o la figlia siano già diventati maggiorenni, non diventeranno
essi stessi cittadini automaticamente e dovranno avviare autonomamente la loro richiesta. Questo viene
vissuto da molti come una ingiustizia.

La ragione per cui si invoca lo Ius Soli è questa

Questa possibilità renderebbe la procedura di acquisto della cittadinanza dei figli più agile e slegata dalle alterne vicende di quelle dei genitori. Questo può succedere per molte ragioni: prima di tutto il genitore potrebbe non essere stato in regola al momento della nascita del figlio o della figlia. Qualora così non fosse, deve poter dichiarare un reddito sufficiente nei tre anni precedenti la richiesta, cosa niente affatto scontata data la tendenza al lavoro nero.

Infine, un altro ingiustificabile ostacolo sono i tempi burocratici. Con l’accavallarsi delle modifiche la situazione attuale è variegata: se già con la legge 91/1992 i tempi tecnici si definivano approssimativamente in almeno due anni, con il Decreto Salvini questi si sono dilatano a ben 4 anni. Tale termine, da ultimo è stato riportato a 3 anni dal Decreto Lamorgese.

Lo Ius Soli dal punto di vista amministrativo

Il limite, poi, in ogni caso non è perentorio ma ordinatorio: l’iter burocratico può estendersi, in certi casi, per più otto-nove anni dal momento della richiesta. Attualmente la situazione è la seguente:

  • TERMINE PER LE DOMANDE PRESENTATE FINO AL 4/10/18 : 2 ANNI
  • TERMINE PER LE DOMANDE PRESENTATE DAL 5/10/18 AL 20/12/2020 : 4 ANNI
  • TERMINE PER LE DOMANDE PRESENTATE DA 21 DICEMBRE 2020: 3 ANNI

Insomma, l’iter per l’ottenimento della cittadinanza è un procedimento complesso e soprattutto lungo, che solo nominalmente viene garantito dopo dieci anni di residenza regolare.

A questi bisogna aggiungere i tempi per l’ottenimento dei documenti necessari e le dilatazioni rimesse alla discrezionale valutazione dell’autorità amministrativa, facendo balzare i tempi per l’ottenimento della cittadinanza. A quel punto, con ogni probabilità, il figlio o la figlia dell’immigrato sarà già maggiorenne, e dovrà quindi avviare a sua volta una procedura per l’ottenimento della cittadinanza.

Insomma, queste persone nate e cresciute in Italia, educate in Italia e immerse totalmente nel tessuto
sociale italiano. Qualora facessero ogni procedura nelle più brevi tempistiche contemplate dalla legge,
otterrebbero la cittadinanza non prima dei venticinque, ventisei o ventisette anni.

L’entità del problema

Quello dei diritti di cittadinanza per gli immigrati di seconda generazione, o G2, è tutt’altro che un
problema marginale. Secondo il volume “Identità e percorsi di integrazione nelle seconde generazioni in Italia”, edito da Istat nell’aprile del 2020, al 1 gennaio del 2018 erano ben 778.000 gli “stranieri nati sul territorio nazionale da genitori stranieri”. Insomma un problema che riguarda circa una persona ogni otto sul territorio del nostro paese.

Le proposte e le soluzioni possibili

Esiste uno storico delle iniziative parlamentari riguardanti lo Ius Soli a cui possiamo attingere per
farci un’idea riguardo a quella che potrebbe essere una riforma dell’iter per l’ottenimento della cittadinanza per gli stranieri nati in Italia.

Una interessante proposta di legge di riforma della materia, che sembrava destinata al successo, è stata
discussa, e bocciata, nel giugno del 2017 in Parlamento. Possiamo trarre spunto da questa per ipotizzare
una eventuale proposta di riforma futura: la discussione si basava, infatti, su due principi fondamentali: il
cosiddetto Ius Soli Temperato e lo Ius Culturae.

Lo Ius Soli temperato

Lo Ius Soli temperato prevede l’attribuzione della cittadinanza Italiana a chiunque nasca sul suolo
nazionale date alcune condizioni: potrebbero diventare cittadini italiani per nascita i figli, nati nel
territorio della Repubblica
, di genitori stranieri se almeno uno dei genitori è in possesso permesso di
soggiorno UE di lungo periodo e risulta residente legalmente in Italia da almeno 5 anni.

Lo Ius Culturae, invece, prevede che i minori stranieri nati in Italia o qui giunti entro il compimento del
dodicesimo anno d’età, possano acquisire la cittadinanza sempre che abbiano frequentato regolarmente
per almeno cinque anni uno o più cicli presso istituti scolastici del sistema nazionale, o percorsi di
istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali.

La frequenza del corso di istruzione dev’essere coronata dalla promozione. I ragazzi arrivati in Italia fra i 12 e i 18 anni, avrebbero potuto ottenere la cittadinanza dopo aver risieduto legalmente in Italia per almeno sei anni. Oltre a questo, aver frequentato un ciclo scolastico coronato da conseguimento del titolo conclusivo.

Per concludere…

Parlando di Ius Soli, non si potrà diventare cittadini italiani per l’esclusivo evento dell’essere nati sul suolo
della Repubblica. Bisognerà invece poter dimostrare uno storico di inserimento sociale, sia da parte dei
propri genitori che da parte del richiedente stesso, qualora non fosse nato in Italia.

Studiando i dati, ci rendiamo conto che il problema è tutt’altro che marginale e che non riguarda cittadini stranieri o che nulla hanno a che fare, ancora, col tessuto sociale, produttivo e intellettuale del nostro paese.

Riguarda invece tre quarti di milione di giovani perfettamente immersi e integrati nel nostro Paese,
che larga parte delle forze politiche del nostro Paese ritiene di dover incentivare a continuare a farne
parte, agevolandone l’integrazione amministrativa e legale a fronte di un’integrazione effettiva che è già una realtà.

Acquistare la cittadinanza non è una procedura facile

Per questo è sempre meglio affidarsi ad un legale. Se ne hai bisogno, contatta il nostro studio: la prima consulenza è senza impegno.

assemblea di condominio

L’assemblea di Condominio: la base della convivenza civile

Riguardo alla figura dell’Amministratore di Condominio, dei suoi doveri e delle sue prerogative, abbiamo già parlato in precedenza, ma non abbiamo ancora parlato di un organo che, in realtà, in ambito condominiale detiene il vero potere decisionale. Trattando della nomina dell’amministratore di condominio, abbiamo detto che il codice prevede sia fatta dall’assemblea di condominio. Ma cos’è e quali sono le sue funzioni?

L’assemblea di condominio, o dei condòmini, è l’organo deliberativo formato dalla riunione di tutti i partecipanti alla comunione dell’edificio, che ha l’opportunità di esprimere la propria volontà attraverso il voto.

L’assemblea, quindi, è, formata da:

  • Il proprietario del piano, o porzione del piano
  • il proprietario pro quota (art. 67 disp. att. c.c.)
  • il nudo proprietario (art. 67 disp. att. c.c., per quanto concerne le delibere in materia di innovazioni o manutenzioni straordinarie)
  • l’usufruttuario (art. 67 disp. att. c.c., per le delibere in materia di ordinaria manutenzione e godimento dei beni comuni)
  • il conduttore (art. 10, L. 392/1978, in caso di delibere sulla gestione del riscaldamento e condizionamento d’aria)

In concreto, quali sono le funzioni dell’assemblea di condominio?

In primo luogo, l’Assemblea di Condominio si incarica di nominare confermare o revocare l’amministratore di condominio. Determina inoltre il suo compenso, e stabilisce che la nomina sia subordinata alla presentazione da parte dell’amministratore di una polizza individuale di assicurazione per la responsabilità civile a copertura degli atti compiuti nell’esercizio del mandato. Infine, l’assemblea di condominio può conferire maggiori attribuzioni all’amministratore, ossia ne allarga la sfera d’azione attribuendogli, appunto, nuove funzioni.

Assemblea di condominio: la gestione del denaro comune

In secondo luogo l’assemblea approva il preventivo di spesa e sua ripartizione, come pure il rendiconto annuale e l’impiego del residuo attivo di gestione, i soldi che rimangono in cassa dopo la chiusura dell’anno di esercizio. Provvede, inoltre, all’approvazione delle opere di manutenzione straordinaria e delle innovazioni, come pure della costituzione dei relativi fondi speciali necessari alla loro attuazione.

L’ammodernamento, la ricostruzione e il regolamento di condominio.

L’assemblea può approvare la ricostruzione parziale o totale dell’edificio e nel caso autorizzare l’amministratore a partecipare a progetti e iniziative territoriali volte al risanamento delle parti comuni dell’edificio. Questo allo scopo di favorire il recupero del patrimonio edilizio esistente, la sicurezza e la sostenibilità ambientale.

Può approvare e modificare il regolamento di condominio, documento obbligatorio qualora i condòmini siano più di dieci.

La pacifica convivenza fra condomini è uno dei tasselli che compongono il puzzle di una vita serena.

Spesso, però, la serenità viene meno, e sorge la necessità di dirimere questioni complesse nel rispetto dei punti di vista differenti e della reciproca civile considerazione.
Se hai bisogno di un professionista non esitare a contattare il nostro studio: la prima consulenza è senza impegno!

Articolo realizzato in collaborazione con la dottoressa Giulia Piccolo

contratti di lavoro

Contratti di lavoro full time o part time: una definizione per mille casi!

In un momento storico in cui le forme di regolamentazione del lavoro si moltiplicano, si corre il rischio di dimenticare quali siano le basi dei contratti di lavoro. Le condizioni generali che la legge definisce, le tutele che spettano ai lavoratori, persino lo stesso orario di lavoro!

Non è mai una brutta idea, quindi, ritornare a dare uno sguardo a cosa dice la legge, per lo meno nei casi, e nei contratti, più diffusi nel mercato del lavoro.

Contratti di lavoro: come si distinguono?

I contratti di lavoro si distinguono, oltre che in base alla durata, a tempo indeterminato o determinato, in base all’orario: pieno o parziale.

Di regola, se il contratto non prevede esplicitamente qualcosa di diverso, l’orario di lavoro è pieno. Ciò significa che il lavoratore è tenuto a prestare la sua attività per un numero di ore settimanali pari a quello stabilito dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, o CCNL, applicato dal suo datore di lavoro. Salvo che in alcuni casi eccezionali, l’orario di lavoro stabilito dai CCNL è di 40 ore settimanali.

L’orario di lavoro svolto oltre il limite settimanale stabilito dal CCNL applicato in azienda dovrà considerarsi straordinario e, quindi, dovrà essere retribuito in misura maggiore.

Contratti di lavoro a tempo pieno o parziale: una netta distinzione.

Se il contratto a tempo pieno è la regola, il contratto a tempo parziale è l’eccezione. Ciò significa che un contratto di lavoro può avere orario ridotto rispetto a quello normale previsto dal CCNL soltanto se ciò è espressamente previsto.

Nel contratto di lavoro a tempo parziale devono essere stabilite sia la durata della prestazione, sia la collocazione temporale con riferimento al giorno, alla settimana, al mese e all’anno. Dunque, nel contratto dovranno essere indicati:

  • il numero di ore previste per ogni settimana;
  • i giorni di lavoro, dal lunedì alla domenica;
  • il numero di ore previste per ogni giornata lavorativa;
  • la collocazione di tali ore durante la giornata.

Per esempio, in caso di contratto di lavoro di 24 ore settimanali, potrà essere previsto che i giorni lavorativi vadano dal lunedì al sabato, che il lunedì, mercoledì e venerdì, il dipendente lavori dalle 9 alle 12 e che il martedì, giovedì e sabato, lavori dalle 14 alle 19. Sia il datore di lavoro sia il lavoratore sono vincolati a quanto previsto nel contratto.

I contratti part time possono godere di una certa flessibilità

Ci sono però strumenti che consentono di aumentare la flessibilità di questo tipo di contratto: le clausole elastiche, flessibili o entrambe. Le prime consentono al datore di lavoro di variare in aumento la prestazione lavorativa, mentre le seconde consentono la variazione della collocazione temporale della prestazione stessa. Queste variazioni devono però essere comunicate al lavoratore con almeno due giorni di preavviso.

In ogni caso, il lavoratore a tempo parziale può sempre svolgere attività di lavoro oltre l’orario pattuito. È infatti consentito lo svolgimento di lavoro supplementare, ossia oltre il numero di ore contrattualmente previsto, ma entro il limite dell’orario normale di cui al CCNL. Consentito è pure lo svolgimento di lavoro straordinario, oltre il numero normale di ore di lavoro. In entrambi i casi, al dipendente spetta una retribuzione oraria maggiorata.

Un passaggio da full time a part time è possibile, a patto che ci sia accordo delle parti e che questo sia testimoniato da un atto scritto. Questo significa che una simile variazione non può esser unilateralmente imposta dal datore di lavoro. Allo stesso modo, è ammessa variazione da part time a full time.

Un eventuale rifiuto del dipendente alla variazione, in un senso o nell’altro, non costituisce legittimo motivo di licenziamento.

In alcuni casi eccezionali è persino riconosciuto al lavoratore il diritto ad ottenere la riduzione, pur non sussistendo l’accordo con il datore di lavoro. Ad esempio nel caso di lavoratrici madri o lavoratori affetti da patologie oncologiche o altre patologie gravi.

Il diritto del lavoro è una materia tanto complessa quanto presente nella vita quotidiana e negli interessi immediati di chiunque. Le controversie sono all’ordine del giorno, per questo conviene sempre avere modo di consultare un legale. Se hai bisogno di assistenza per questioni lavorative contatta il nostro studio: la prima consulenza è senza impegno!

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Alice Pizzo

vendere un immobile

Vendere un immobile per una persona soggetta ad amministratore di sostegno: come si fa?

I casi della vita, si sa, sono virtualmente infiniti. Attraversiamo tutti periodi più o meno floridi, può capitare che abbiamo energie troppo scarse per godere o anche solo per gestire i beni di cui disponiamo, o viceversa. Può capitare che di dover vendere un immobile per pagare la retta della casa di riposo, o per evitare di lasciarla all’incuria, oppure semplicemente perché non ne vogliamo più disporre.

Si tratta di qualcosa che chiunque ha il diritto e la capacità di fare in ogni momento della propria vita… oppure no? Esistono dei casi in cui anche un’operazione così semplice diventa complessa, e in quel caso conoscere la legge è sempre un’ottimo spunto di riflessione: il caso in cui a voler vendere un immobile sia una persona sottoposta ad amministrazione di sostegno.

Vendere un immobile di una persona soggetta ad amministrazione di sostegno: perché?

Può capitare che la persona soggetta ad amministratore di sostegno abbia la necessità di vendere una sua proprietà immobiliare per poter incamerare delle somme di denaro che le consentano di far fronte alle proprie spese ordinarie. Ad esempio il pagamento di debiti rilevanti accumulati in precedenza, la retta della casa di residenza per anziani ove è ospitata, o altre necessità a cui far fronte grazie a una disponibilità immediata di denaro.

Si può verificare anche la situazione in cui il beneficiario sia comproprietario di un immobile con altri soggetti e che questi decidano di volerlo vendere. In queste situazioni, il beneficiario dovrebbe potersi recare da un notaio per stipulare l’atto di vendita dell’immobile o della quota di proprietà senza alcun impedimento. Ma questo è possibile nel momento in cui si tratta di una persona sottoposta ad amministrazione di sostegno?

Vendere un immobile di una persona soggetta ad amministrazione di sostegno: come fare?

La questione è molto complessa, e deve la sua complessità alla natura stessa degli atti che ci si accinge a fare. Infatti, gli atti di disposizione, nonché la costituzione, modifica o cancellazione di diritti reali su beni immobili costituiscono atti di straordinaria amministrazione.

La complicazione consiste nel fatto che la persona soggetta ad amministrazione di sostegno solitamente non può compiere tali atti né può farlo il suo amministratore di sostegno. Questo a meno che il giudice tutelare non abbia dato in precedente la sua esplicita autorizzazione.

La legge prescrive infatti la necessaria autorizzazione del giudice tutelare per l’alienazione di beni, la costituzione di ipoteche o pegni, il procedere a divisioni o promuovere i relativi giudizi, fare compromessi e transazioni o accettare concordati.

L’articolo a cui ci si riferisce, il 375 c.c., si riferisce all’attività del tutore. Esiste però un altro articolo, il 411 c.c. , che ne estende l’applicabilità anche all’amministratore di sostegno.

All’atto pratico: cosa può fare un amministratore?

Qualora un beneficiario necessiti di vendere un bene, oppure una quota di proprietà di detto bene, l’amministratore di sostegno dovrà preventivamente rivolgere un’istanza al giudice tutelare. Questo affinché autorizzi lo stesso amministratore a procedere alla vendita del bene. Il decreto di autorizzazione, poi, andrà consegnato al notaio che si incarica del rogito, che lo allegherà all’atto di vendita.

L’amministrazione di proprietà per conto terzi è una materia complessa!

Per questo occorre trattare l’argomento con tatto nella più rigorosa osservanza della legge. Ecco perché è sempre necessario rivolgersi a un legale!

Rivolgiti al nostro studio per qualsiasi necessità: la prima consulenza è senza impegno.

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Alberto Padoan