Ius Soli: che cos'è, e per quale ragione ne parliamo?

Ius Soli: che cos

 Da qualche giorno è tornato ad animare la discussione pubblica un argomento che da qualche tempo non sentivamo più, ma che ha già affollato le prime pagine dei giornali: lo Ius Soli.

 

Tutto è nato dalle dichiarazioni programmatiche di Enrico Letta dopo la sua elezione a nuovo segretario del Partito Democratico, e anche solo una semplice dichiarazione di linea ha avuto il potere di riaccendere le polemiche.

 

Ma perché?

 

Lo Ius Soli è una delle battaglie più importanti nel panorama dei diritti civili, tanto da provocare nella politica e nell'opinione pubblica profonde spaccature. Il dibattito, però, si fonda spesso su argomentazioni parziali, su informazioni errate o su strumentalizzazioni scorrette.

 

Vediamo in cosa consiste lo Ius Soli.

 

Lo Ius soli è un'espressione giuridica (in lingua latina «diritto del suolo») che indica l'acquisizione della cittadinanza di un determinato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.

 

Sostanzialmente, dunque, si tratta di una tecnica per ottenere la cittadinanza di uno Stato. Dello Ius Soli abbiamo diverse versioni giuridiche a seconda del Paese che lo ha adottato. Quasi tutti i Paesi del Continente Americano, dal Brasile al Canada agli Stati Uniti, applicano lo Ius Soli automatico, incondizionato: ossia al nascere all'interno dei confini del paese, la persona acquisisce la cittadinanza.

 

Sottostanno ad alcune precondizioni lo Ius Soli di alcuni Paesi europei come la Germania, che prevede l'attribuzione della cittadinanza al nuovo nato se almeno uno dei due genitori risiede regolarmente nel paese da almeno 8 anni.

 

E in Italia?

 

Nel nostro Paese è attualmente vigente una diversa concezione del diritto di cittadinanza. Infatti si acquisisce la cittadinanza, tra le altre ipotesi, per Ius Sanguinis (dal latino, “diritto di sangue”): cioè se si nasce o si è adottati da cittadini italiani come prevede la legge sulla cittadinanza, la 91 del 1992 (Legge 5 febbraio 1992, n. 91. Nuove norme sulla cittadinanza).

Tra l’altro questa legge è stata modificata recentemente sia dal Decreto Sicurezza dell’allora Ministro dell’Interno Salvini (Decreto-Legge 05.10.2018 convertito con modificazioni dalla L. 1 dicembre 2018, n. 132 in G.U. 03/12/2018, n. 281) sia dal c.d. Decreto Lamorgese, nuova Ministra dell’Interno appunto ossia Decreto-Legge convertito con modificazioni dalla L. 18 dicembre 2020, n. 173, in G.U. 19/12/2020, n. 314)

 

Come si accede alla cittadinanza?

 

La modalità più frequente è quella che consente di chiedere la cittadinanza italiana agli stranieri residenti regolarmente in Italia da almeno 10 anni.

La prima cosa che il richiedente dovrà dimostrare, dunque, è la continuità di residenza, cosa gia di per sé non sempre facile e automatica.

Inoltre il richiedente deve dimostrare di avere redditi sufficienti al sostentamento (redditi nei tre anni precedenti la richiesta di almeno 8263,31 € nel caso in cui non abbiano moglie o figli, diversamente il tetto di reddito aumenta), di non avere precedenti penali, di non essere in possesso di motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica.

Anche il requisito reddituale a prima vista molto semplice, in realtà per uno straniero con famiglie monoreddito, con numerose persone a carico e con lavori saltuari o non sempre regolari queste cifre sono difficili da documentare.

A tutto questo va aggiunta una serie di documenti da allegare reperibili solo nel Paese di origine; talvolta, in certi Stati, è difficilissimo anche recuperare un semplice certificato di nascita o certificato penale.

In molti casi, non è raro che i dati anagrafici riportati nei certificati originali poi tradotti e asseverati in Italia siano differenti da quelli dichiarati dallo straniero e risultanti nei documenti italiani. In questo caso si apre il lungo e difficile lavoro di certificazione, di correzione o di variazione anagrafica che tante volte deve passare anche attraverso un accertamento e una dichiarazione da parte di una Autorità Giudiziaria.

 

E per i figli?

 

Il vero capitolo dolente della nostra normativa ormai datata.

Per quanto concerne i figli minori conviventi, nel momento del giuramento del nuovo cittadino italiano, essi diventano automaticamente italiani.

Invece, nel caso di una persona straniera nata in Italia da genitori stranieri, potrà fare autonoma richiesta di cittadinanza solo al compimento del diciottesimo anno d'età. Tra l’altro, l'amministrazione comunale di residenza ha il compito di informare i neomaggiorenni di questa possibilità.

 

In vero problema quindi è per i figli maggiorenni del richiedente cittadinanza: secondo la legge, qualora all'ottenimento della cittadinanza il figlio o la figlia siano già diventati maggiorenni, non diventeranno essi stessi cittadini automaticamente e dovranno avviare autonomamente la loro richiesta. Questo viene vissuto da molti come una ingiustizia.

 

E’ per questo che si invoca lo Ius Soli; questa possibilità renderebbe la procedura di acquisto della cittadinanza dei figli più agile e slegata dalle alterne vicende di quelle dei genitori.

 

Quanto bisogna aspettare?

 

Infine, un altro ostacolo non indifferente sono i tempi burocratici.

Con l’accavallarsi delle modifiche la situazione attuale è variegata: Se già con la legge 91/1992 i tempi tecnici si definivano approssimativamente in almeno due anni, con il Decreto Sicurezza questi si sono dilatati a ben 4 anni. Tale termine, da ultimo è stato riportato a 3 anni dal Decreto Lamorgese.

Il limite, poi, in ogni caso non è perentorio ma ordinatorio: l'iter burocratico può estendersi, in certi casi, per più otto-nove anni dal momento della richiesta. Attualmente la situazione è la seguente:

TERMINE PER LE DOMANDE PRESENTATE FINO AL 4/10/18 : 2 ANNI

TERMINE PER LE DOMANDE PRESENTATE DAL 5/10/18 AL 20/12/2020 : 4 ANNI

TERMINE PER LE DOMANDE PRESENTATE DA 21 DICEMBRE 2020: 3 ANNI

 

Insomma, l'iter per l'ottenimento della cittadinanza è un procedimento complesso e soprattutto lungo, che solo nominalmente viene garantito dopo dieci anni di residenza regolare. A questi bisogna aggiungere i tempi per l'ottenimento dei documenti necessari e le dilatazioni rimesse alla discrezionale valutazione dell’autorità amministrativa, facendo balzare i tempi per l'ottenimento della cittadinanza.

 

A quel punto, con ogni probabilità, il figlio o la figlia dell'immigrato sarà già maggiorenne, e dovrà quindi avviare a sua volta una procedura per l'ottenimento della cittadinanza.

 

Insomma, queste persone nate e cresciute in Italia, educate in Italia e immerse totalmente nel tessuto sociale italiano, qualora facessero ogni procedura nelle più brevi tempistiche contemplate dalla legge, otterrebbero la cittadinanza non prima dei venticinque, ventisei o ventisette anni.

 

L'entità del problema

 

Quello dei diritti di cittadinanza per gli immigrati di seconda generazione, o G2, è tutt'altro che un problema marginale.

 

Secondo il volume "Identità e percorsi di integrazione nelle seconde generazioni in Italia", edito da Istat nell'aprile del 2020, al 1 gennaio del 2018 erano ben 778.000 gli "stranieri nati sul territorio nazionale da genitori stranieri". Insomma un problema che riguarda circa una persona ogni otto sul territorio del nostro paese.

 

L’idea e le proposte.

 

Quella avanzata da Enrico Letta il 14 marzo del 2021 altro non è che una dichiarazione di linea programmatica per il suo partito senza, per ora, alcuna precisa indicazione operativa.

 

Tuttavia esiste uno storico delle iniziative parlamentari riguardanti lo Ius Soli a cui possiamo attingere per farci un'idea riguardo a quella che potrebbe essere una riforma dell'iter per l'ottenimento della cittadinanza per gli stranieri nati in Italia.

 

Una interessante proposta di legge di riforma della materia, che sembrava destinata al successo, è stata discussa (e bocciata) nel giugno del 2017 in Parlamento. Possiamo trarre spunto da questa per ipotizzare una eventuale proposta di riforma futura: la discussione si basava, infatti, su due principi fondamentali: il cosiddetto Ius Soli Temperato e lo Ius Culturae.

 

Lo Ius Soli temperato prevede l'attribuzione della cittadinanza Italiana a chiunque nasca sul suolo nazionale date alcune condizioni: potrebbero diventare cittadini italiani per nascita i figli, nati nel territorio della Repubblica, di genitori stranieri se almeno uno dei genitori è in possesso permesso di soggiorno UE di lungo periodo e risulta residente legalmente in Italia da almeno 5 anni.

 

Lo Ius Culturae, invece, prevede che i minori stranieri nati in Italia o qui giunti entro il compimento del dodicesimo anno d'età, possano acquisire la cittadinanza sempre che abbiano frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli presso istituti scolastici del sistema nazionale, o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali. La frequenza del corso di istruzione dev'essere coronata dalla promozione. I ragazzi arrivati in Italia fra i 12 e i 18 anni, avrebbero potuto ottenere la cittadinanza dopo aver risieduto legalmente in Italia per almeno sei anni e aver frequentato un ciclo scolastico coronato da conseguimento del titolo conclusivo.

 

Per concludere...

 

Parlando di Ius Soli, non si potrà diventare cittadini italiani per l'esclusivo evento dell'essere nati sul suolo della Repubblica. Bisognerà invece poter dimostrare uno storico di inserimento sociale, sia da parte dei propri genitori che da parte del richiedente stesso, qualora non fosse nato in Italia.

 

Studiando i dati, ci rendiamo conto che il problema è tutt'altro che marginale e che non riguarda cittadini stranieri o che nulla hanno a che fare, ancora, col tessuto sociale, produttivo e intellettuale del nostro paese. Riguarda invece tre quarti di milione di giovani perfettamente immersi e integrati nel nostro Paese, che larga parte delle forze politiche del nostro Paese ritiene di dover incentivare a continuare a farne parte, agevolandone l'integrazione amministrativa e legale a fronte di un'integrazione effettiva che è già una realtà.

Quella dei minori stranieri è una tematica che abbiamo toccato spesso, e che è cara a molti. Uno dei problemi più complessi è quello dei minori non accompagnati

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