convivenza di fatto

Convivenza di fatto: una tutela per le coppie non sposate 

Ci sono persone che, pur vivendo insieme ed essendo una coppia consolidata e solida, decidono di non convolare a nozze. Si tratta di una scelta assolutamente legittima e rispettabile che può avere le più disparate motivazioni, e che lo stato riconosce e norma. Lo scopo è di tutelare il più possibile i diritti dei membri della coppia e inquadrare il loro stato in una fattispecie normativa: la disciplina della convivenza di fatto

In Italia, la normativa riguardante la convivenza di fatto viene finalmente alla luce con la stessa norma che regola le Unioni Civili.  Si tratta legge 76/2016, che disciplina anche il rapporto di convivenza. Differentemente da quella sulle unioni civili, riconosce una serie di diritti e di doveri alle persone di sesso diverso, maggiorenni, che coabitino stabilmente. Questi, in virtù del legame affettivo, si prestano reciproca assistenza morale e materiale. 

Convivenza di fatto: un iter burocratico davvero semplificato 

Per essere dichiarati conviventi, i componenti della coppia devono rendere una dichiarazione avanti all’Ufficiale di Stato Civile. Non è necessaria la presenza di testimoni, ed è sufficiente anche una semplice dichiarazione con raccomandata o via pec. 

Diritti e doveri della coppia di fatto. 

Dalla dichiarazione di convivenza sorgono una serie di diritti e doveri soprattutto avanti ai terzi che permettano il manifestarsi del legame affettivo ed impediscano al convivente di essere trattato, ai fini normativi, come uno “sconosciuto”. Si pensi solo alla difficoltà frapposte dalle leggi ad avere informazioni sullo stato di salute di un soggetto, possibilità riservata ai soli congiunti , tra cui, appunto, non veniva annoverato, il convivente. 

La convivenza di fatto conferisce, infatti, ai membri della coppia il diritto di visita, di assistenza ed accesso alle informazioni reciproche in caso di malattia e di ricovero, ma anche in caso di detenzione. In caso di morte di un membro della coppia, il convivente può continuare ad abitare nella casa di proprietà esclusiva del defunto per un periodo che varia dai 2 ai 5 anni. Oppure può succedergli nel contratto di locazione. 

Nel caso in cui il decesso sia causato da un fatto illecito altrui, come ad esempio un incidente stradale, viene riconosciuto al convivente della vittima il diritto al risarcimento del danno morale. Vengono regolamentati anche i diritti nell’attività di impresa di quel convivente che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente. 

I conviventi di fatto hanno la possibilità di sottoscrivere un contratto di convivenza che disciplini i loro rapporti patrimoniali. Il contratto di convivenza, che deve essere redatto in forma scritta per avere validità, può avere anche la forma di scrittura privata autenticata, oltre che di atto pubblico. Può essere autenticato anche da un avvocato. 

Come si scioglie una convivenza di fatto. 

Il contratto stipulato dai membri della coppia può essere sempre modificato o, più radicalmente, risolto. Il contratto può essere sciolto anche per decisione unilaterale, ossia per volontà di un solo membro della coppia, che dovrà notificare semplicemente la sua decisione all’altro membro. 

La convivenza di fatto, infine, contempla in caso di scioglimento il diritto del convivente più debole a ricevere dall’altro gli alimenti, non il mantenimento, qualora versi in una situazione di bisogno. Se le due parti, però, non si accordano sull’entità degli alimenti e sulla modalità con cui devono corrispondersi, si dovrà ricorrere a un Giudice che ne stabilirà i parametri tenendo conto del periodo di convivenza. 
 
Hai bisogno di assistenza per tutelarti o tutelare la tua coppia? Rivolgiti al nostro studio per avere assistenza: la prima consulenza è senza impegno! 

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Marta Michelon 

ricorso contro una multa

Ricorso contro una multa: si può fare?

A chi non è mai capitato di prendere una multa? Purtroppo, nella vita, succede di commettere infrazioni al codice della strada, magari in condizioni in cui non era possibile evitare una sanzione, o, ancora, in tratti di strada in cui le regole non erano chiaramente indicate. Capita anche, meno spesso, di essere vittime di errori di valutazione. Ma, essendo sicuri di essere vittime di errori o di avere delle ottime giustificazioni, è possibile fare ricorso contro una multa?

Diciamo subito di sì: la legge ammette la possibilità di opporre un ricorso a una sanzione, ma solo in casi ben presici e con una procedura altrettanto precisa. Vediamo di cosa si tratta.

Ricorso contro una multa: di che tipo è, e come si fa?

Ci sono due alternative di ricorsi:

  1. Ricorso al prefetto: art. 203 c.d.s. Prevede il ricorso da presentare al Prefetto del luogo in cui è stata commessa la violazione entro 60 giorni dalla notifica del verbale. Può essere presentato alla Prefettura territorialmente competente o alla sezione di polizia stradale che ha accertato la violazione, personalmente dall’interessato o inoltrato a mezzo raccomandata. Con allegazione di fatti a propria discolpa;
  2. Ricorso al Giudice di Pace: art. 204 c.d.s.. Deve essere presentato al Giudice di Pace territorialmente competente per la violazione, dall’interessato o con l’assistenza di un legale.

Le due tipologie di ricorsi prevedono che non si sia già provveduto al pagamento della sanzione. Quindi se si è provveduto a saldare l’ammenda non è più possibile fare ricorso di alcun genere.

Come si presenta un ricorso contro una multa

Il ricorso può essere presentato dall’interessato, che si identifica in:

  1. Trasgressore (conducente del veicolo)
  2. Proprietario del veicolo: se diverso dal conducente o in caso di sanzione non contestata immediatamente (autovelox)
  3. Responsabile legale (nel caso di infrazione commessa da minorenne)

Esiti possibili del ricorso al Giudice di Pace;

  1. accoglimento della contestazione e annullamento della multa;
  2. riduzione dell’importo della sanzione;
  3. rigetto del ricorso per inammissibilità della contestazione;
  4. rigetto del ricorso e conferma della sanzione irrogata.

Esiti possibili del ricorso al Prefetto:

  1. accoglimento del ricorso e annullamento della sanzione;
  2. rigetto della contestazione e condanna al pagamento del doppio dell’importo originario.

Pagamento della sanzione (in caso di non proposizione di ricorso):

  1. può avvenire in misura scontata del 30% entro 5 giorni dall’accertamento della violazione se è ammesso il pagamento in misura ridotta in base alla violazione che è stata accertata;
  2. dopo i 60 giorni, in caso di mancato pagamento e di mancata presentazione di un ricorso, il verbale diventa titolo esecutivo e pertanto si riceverà una cartella esattoriale ove sarà indicata la somma da pagare. Anche dopo aver ricevuto la cartella esattoriale è possibile presentare un ricorso, ma questo esclusivamente nei casi di errori materiali della cartella o per vizi della notifica, mentre la violazione nel merito non sarà più contestabile

Conoscere la legge significa esercitare i propri diritti!

Può suonare forse un po’ retorico, eppure è vero: essere preparati, informarsi e soprattutto farsi rappresentare al meglio è fondamentale, nelle occorrenze e nei casi che la vita ci chiede di affrontare. Se pensi di aver bisogno di assistenza contatta il nostro studio: tutela i tuoi diritti!

raccomandata

Raccomandata o atto giudiziario: Si può evitare di ritirarli?

Quante volte capita di non voler ricevere una raccomandata perché si ha paura che si tratti di una multa, di una diffida o di un atto giudiziario e non ci si fa trovare in casa o si rifiuta di ricevere la busta? È davvero una decisione saggia? Vediamolo insieme

La raccomandata

La raccomandata a.r. o con ricevuta di ritorno viene utilizzata dal mittente per avere la certezza che la busta sia stata spedita e consegnata al destinatario. Il postino, infatti, dopo aver consegnato il plico al destinatario, invia al mittente la conferma dell’avvenuto ricevimento.

Mancato ritiro della raccomandata: cosa succede?

Nel caso in cui il postino si rechi all’indirizzo indicato sulla busta e vi non trovi nessuno, lascia un avviso nella cassetta postale del destinatario, con il quale lo informa della tentata consegna. La raccomandata, invece, non viene inserita in cassetta, ma viene depositata presso l’ufficio postale più vicino, dove rimane in giacenza per un mese. Qualora il destinatario non vada andare a ritirare la busta, dopo 30 giorni la busta viene restituita al mittente.

L’atto giudiziario

La cosiddetta busta verde contenente un atto giudiziario, può essere notificata in due modi: a mezzo del servizio postale oppure tramite un ufficiale giudiziario.

  • Notificato a mezzo posta

Nel primo caso, se il destinatario rifiuta di ricevere la busta, il postino indica la data di mancata consegna e restituisce l’avviso al mittente. In ogni caso, la notifica si intende perfezionata al momento del rifiuto dell’atto. Se, invece, il destinatario è assente, il postino deposita la busta presso l’ufficio postale e dà avviso dell’avvenuto deposito con un’altra raccomandata. La notifica si considera perfezionata una volta decorsi 10 giorni dalla comunicazione di avvenuto deposito dell’atto, sempre che esso non venga ritirato prima dei 10 giorni.

  • Notificato dall’Ufficiale Giudiziario

In alternativa, l’atto giudiziario può essere notificato a mani (cioè personalmente) dall’ufficiale giudiziario. Questi, se il destinatario non ritira il plico o è assente, deposita la busta presso la Casa comunale, affigge alla porta o alla cassetta delle lettere del destinatario un avviso di deposito e ne dà avviso a quest’ultimo con un’ulteriore raccomandata. Anche in questo caso vale la regola dei 10 giorni: la notifica si considera perfezionata una volta trascorsi 10 giorni dall’avviso di avvenuto deposito, anche se nessuno è mai andato a ritirare la busta.

Evitare di ritirare una raccomandata o un atto giudiziario, dunque, non è mai consigliabile. Non conoscendo il contenuto dell’atto, infatti, si perde la possibilità di difendersi adeguatamente e di rivolgersi in tempo utile ad un legale.

Non c’è da scherzare, dunque, con una raccomandata o con un atto giudiziario!

E una volta ricevuta, si potrebbe aver bisogno di assistenza legale: rivolgiti al nostro studio per essere rappresentato nel migliore dei modi, tutela i tuoi diritti!

giustizia sportiva

Giustizia sportiva: fra diritto di critica e diffamazione

L’animosità, lo sanno tutti, fa parte dello sport. La competizione infiamma gli animi, e al di là dell’opposizione sul piano fisico, spesso nello sport sono le parole a volare più alte e a colpire più forte. Ma quando, secondo la legge, si travalica la critica e si sconfina nella diffamazione? Quando occorre rivolgersi alla giustizia sportiva?

Recentemente, il Tribunale Nazionale della Federazione Italiana Giuoco Calcio ha riportato l’attenzione su una linea di confine sottile: quando una dichiarazione pubblica da parte di un esponente di una istituzione sportiva, sia essa una Federazione, un Comitato o qualsiasi altro ente, può configurare diffamazione.  

Giustizia sportiva: cosa dice la legge 

L’articolo 23 del Codice di Giustizia sportiva recita: 

“Ai soggetti dell’ordinamento federale è fatto divieto di esprimere pubblicamente giudizi o rilievi lesivi della reputazione di persone, società od organisimi operanti nell’ambito del CONI, della FIGC della UEFA o della FIFA.  La dichiarazione è considerata pubblica quando è resa in pubblico, ovvero quando per i destinatari, il mezzo o le modalità della comunicazione è destinata ad essere conosciuta o può essere conosciuta da più persone”.  

A questo va accostato il reato di diffamazione così come viene definito dal Codice Penale, che ne definisce la fattispecie. Questa si configura quando la persona non solo ha la consapevolezza di esprimere una frase lesiva della reputazione di persone determinate e individuate, ma anche la volontà che tale affermazione denigratoria venga a conoscenza di altri. Quindi, non solo l’oggetto della diffamazione deve essere scientemente preciso e identificabile, ma vi è anche l’intenzione di mettere a parte terzi soggetti delle affermazioni denigratorie.  

Ma quando, invece, si parla solo di critica? 

Per “critica” intendiamo l’espressione di un’opinione che non può pretendersi obiettiva, essendo per sua natura fondata su un’interpretazione soggettiva di fatti e comportamenti.  

Secondo la giustizia sportiva, si tratta di una “esimente”, ossia una causa di esclusione dalla responsabilità penale. Per riconoscere l’esimente del diritto di critica, però, è indispensabile verificare l’esistenza di una solida base di collegamento fra affermazioni valutative offensive e fatti veri.  

Come dice l’articolo 21 della Costituzione, “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.  

Il Caso 

La vicenda oggetto della decisione 9/21 del Tribunale Nazionale della FIGC riguardava una dichiarazione pubblicata sul sito web di una Società Sportiva di Gioco Calcio, poi riportata su alcune testate giornalistiche online, nella quale si muovevano critiche nei confronti del delegato della Lega Pro e del rappresentante della Procura Federale incaricati del controllo di una gara, attaccando per estensione la credibilità delle stesse istituzioni coinvolte.  

Il Tribunale Federale Nazionale, investito della questione, ravvisava che le dichiarazioni “possono certamente essere qualificate come dichiarazioni pubbliche in quanto destinate ad essere conosciute da più persone per il mezzo e la modalità di comunicazione (pubblicazione su sito internet della società e su testate giornalistiche online)”.  Riguardo la fattispecie diffamazione, Tribunale Federale riconosce l’esimente del diritto di critica, poiché “Le espressioni utilizzate, infatti, non costituiscono un gratuito attacco al Commissario di campo ed al delegato della Procura federale, perpetrato con finalità meramente denigratorie, ma realizzano piuttosto una critica, sia pure aspra, all’operato di tali soggetti”.  

Anche la giustizia sportiva è materia delicata, che richiede l’intervento di professionisti

La legge è un delicato gioco di equilibri e di fonti, la cui priorità ha un ordine ben preciso, per questo affidarsi a un professionista è fondamentale: contatta il nostro studio per avere assistenza diretta, tutela i tuoi diritti! 

Articolo scritto in collaborazione con la dottoressa Giulia Schiavon

unioni civili

Unioni civili: anatomia di un diritto

Il tema dei diritti civili non perde mai il suo ruolo di spicco nel dibattito pubblico nazionale. Da ultimo l’attenzione è stata focalizzata sul Ddl Zan, la legge sull’omotransfobia bocciata al senato, ma il rumore per quest’ultimo dibattito rischia di farci perdere di vista una battaglia di pari entità, combattuta qualche anno fa e, a detta di molti, vinta: quella per le unioni civili

Da anni si sentiva la necessità di dare una veste legale alla situazione in cui si trovano  molte persone che, per una ragione o per l’altra, non potevano o non volevano sposarsi ma ravvisavano la necessità di reciproca assistenza, cura e delega. Specialmente, il problema veniva sollevato nell’ambito della comunità LGBTQI+, che riscontrava una mancanza di tutela di coppia pressoché totale. 

Con la legge 76 del 20 maggio 2016 viene finalmente regolato, dopo un lungo dibattito, l’istituto delle unioni civili, riservato alle persone dello stesso sesso, unificandolo con la disciplina della convivenza di fatto che riguardava invece sia le coppie omosessuali che quelle eterosessuali. 

La normativa riconosce alle persone dello stesso sesso la possibilità di costituire una unione civile

I cittadini possono unirsi facendo discendere dall’unione civile gli stessi diritti e gli stessi doveri che hanno due coniugi eterosessuali all’interno del matrimonio. L’istituto è dunque equivalente al matrimonio: il diverso nome corrisponde a una precisa scelta di tipo politico, ma tuttavia non toglie nulla all’unione civile rispetto al differente ma egualitario istituto del matrimonio. 

Tuttavia, qualche differenza c’è. 

Le differenze più lampanti sono legate alla costituzione del rapporto e allo scioglimento dello stesso. 
 
Riguardo alla costituzione, laddove il matrimonio è celebrato da un Ufficiale dello Stato Civile o da un ministro di culto, l’unione civile si costituisce mediante una dichiarazione davanti all’Ufficiale dello Stato Civile, che provvede poi alla registrazione nell’archivio dello stato civile, in modo del tutto simile a quel che avviene per il matrimonio. 

Per quanto riguarda lo scioglimento, invece, nell’istituto del matrimonio esso avviene con la morte di un coniuge, oppure mediante separazione e successivo divorzio. Per quanto riguarda l’Unione Civile, invece, il rapporto si scioglie tre mesi dopo aver comunicato il venir meno della relazione affettiva accompagnata dalla convivenza all’Ufficiale di Stato Civile. 

I diritti e i doveri fondamentali, però, rimangono uguali nei due diversi istituti. Secondo i commi 11 e 12 della legge 76, infatti, i due componenti l’Unione Civile hanno l’obbligo della reciproca assistenza morale e materiale, e hanno pari dignità nella coppia. 

Le unioni civili nel regime patrimoniale

Invece, il regime patrimoniale, normato dal comma 13, in mancanza di una diversa convenzione è quello della comunione dei beni. Anche in questo caso, quindi, si riscontra una perfetta equivalenza con la disciplina del Matrimonio. 

Anche nel caso di morte di uno dei componenti la coppia, le indennità dovranno essere corrisposte all’alro soggetto dell’unione civile, come da comma 17. L’equivalenza tra i due istituti non viene meno, e anzi si coglie in pieno, nella normativa di richiamo come il comma 19, che rimanda ad altre norme di diversa natura, come pure per le norme successorie (comma 21 art.1), che comporta una piena parificazione tra la figura del coniuge e quella del partner nell’unione civile. 

Una differenza però c’è, a ben guardare, e a detta di molti è sconcertante. L’istituto dell’Unione Civile al contrario del Matrimonio non prevede l’obbligo della fedeltà, che ovviamente non è solo da intendersi in termini di fedeltà sessuale. La differenza potrebbe essere ascrivibile alla percezione anacronistica dell’obbligo, la cui violazione non pare più avere rilevanza come in passato, e tuttavia rappresenta comunque una forma di diseguglianza tra i due istituti che non può passare sotto silenzio, poiché, forse inconsapevolmente, rende il matrimonio un istituto di serie A riservando all’unione civile la serie cadetta.

Unioni civili: un esempio di quanto c’è da scoprire riguardo alla legge!

Questo articolo ti è stato utile? Scopri tutti i nostri approfondimenti, ma se hai bisogno di assistenza diretta non esitare a contattatre il nostro studio.

Articolo realizzato in collaborazione con l’avvocato Marta Michelon.  

diritto di credito

Diritto di credito: cos’è, come nasce e quando si prescrive

Quante volte è capitato di avere un credito nei confronti di una persona e confidare nella sua buona fede circa il suo recupero? Tuttavia, spesso capita che, col passare del tempo tale credito vada dimenticato e solo anni dopo ci si accorga dell’ammanco. A questo punto sorge il dubbio se sia ancora possibile riscuoterlo o abbia “una data di scadenza”.

Quando si può parlare di diritto di credito?

Un diritto di credito è una situazione che fa capo a un soggetto, detto creditore, il quale, per soddisfare un proprio interesse, può pretendere una prestazione da un altro soggetto, detto debitore. Per fare un esempio pratico, si pensi a quando venditore e compratore concludono un contratto: il venditore si impegna a consegnare la merce e il compratore a corrispondere il denaro. 

Nel caso in cui il compratore non paghi immediatamente quanto acquistato, ecco che per il venditore sorge il diritto di credito.

Come posso dimostrare il mio diritto di credito?

Il più delle volte, il venditore, se si tratta di un professionista, quando consegna la merce emette anche una fattura che attesta tale consegna e l’importo da pagare. È proprio tale “pezzo di carta” che attesta il diritto di credito.

Posso ottenere il pagamento della fattura dopo che è trascorso del tempo dalla sua emissione?

Sì. Di regola il diritto di credito si prescrive nel termine di dieci anni.

E se il mio credito non deriva da un contratto?

Esistono altri tipi di diritti di credito, come ad esempio quello che sorge dal risarcimento di un danno o quello derivante dal canone di locazione e dalle spese condominiali non corrisposti alle scadenze pattuite.

Per tali crediti è necessario agire tempestivamente, in quanto il termine entro il quale si può chiedere che la somma venga corrisposta è più breve, rispettivamente di cinque e due anni.

È sufficiente sollecitare il pagamento per impedire che il credito si prescriva?

No, non è sufficiente. Non si deve confidare nelle parole del compratore che promette genericamente che pagherà, ma è necessario sollecitare formalmente il debitore a pagare entro un breve lasso di tempo così da evitare che il credito non possa più essere riscosso.

Insomma, è sempre meglio agire a livello formale!

Ma agire a livello formale prevede una profonda conoscenza della legge e delle procedure a essa legate. Ecco perché farsi assistere da un avvocato è sempre importante! Se hai bisogno di un professionista in tal senso, contatta il nostro studio: tutela i tuoi diritti!

Articolo scritto in collaborazione con la dottoressa Giulia Schiavon

diritto di recesso

Il diritto di recesso negli acquisti online

Da pochi giorni è passato il Black Friday, e probabilmente ognuno di noi ne ha approfittato per fare degli acquisiti online. Proprio come tradizionalmente accade nel rapporto di vendita al dettaglio, anche nell’e-commerce, benché con diverse modalità, qualora nasca un ripensamento in capo all’acquirente, è possibile attivare la cosiddetta “procedura di reso” la quale permette, con un semplice “click”, e un minimo sforzo, di svincolarsi dal contratto e di vedersi rimborsato quanto speso.

Il diritto al recesso negli acquisiti online è ampiamente disciplinato dal Decreto Legislativo 06/09/2005, n. 2006, meglio conosciuto come “codice del consumo”, il quale all’art. 59 sancisce il diritto del consumatore di recedere, nel limite di 14 giorni, dal contratto concluso a distanza senza il bisogno di fornire alcuna motivazione, tantoché in gergo si parla di “diritto al ripensamento”.

Il diritto in questione è tuttavia escluso per ragioni igienico-sanitarie per tutti quei prodotti che, una volta aperti, perdono le loro qualità o rischiano di deteriorarsi, come i cosmetici o i prodotti alimentari, e per i beni confezionati su misura e personalizzati.

Da quando decorre il termine?

È innanzitutto onere del professionista informare il consumatore sulle condizioni, i termini e le procedure per esercitare tale diritto. Normalmente il termine di 14 giorni decorre dal momento in cui il consumatore acquisisce il possesso fisico del bene, oppure, nel caso di più beni ordinati mediante un solo ordine, dal momento in cui entra in possesso dell’ultimo.

In realtà, l’ordinamento ha previsto un ampio raggio di tutela per il consumatore, infatti se il professionista omette di fornirgli le informazioni sul diritto di recesso, il termine di 14 giorni inizia a decorrere un anno dopo la fine di quello che avrebbe dovuto essere il periodo di recesso iniziale.

Come si esercita il diritto al recesso e quali sono le sue conseguenze

Le modalità attraverso le quali si può recedere dal contratto di vendita di un bene di consumo stipulato online, sono fondamentalmente due, e devono avvenire nei termini di cui si è detto.

Pertanto,

  • Si utilizza il modulo precompilato fornito direttamente dal professionista o, in assenza di questo
  • Si presenta e sottoscrive personalmente una qualsiasi altra dichiarazione esplicita

Il consumatore è tenuto a restituire i prodotti nel termine di 14 giorni dalla manifestazione della sua decisione di recedere dal contratto, e gli stessi devono essere correttamente imballati, non rovinati o danneggiati.

Nessun costo è previsto come conseguenza diretta dell’esercizio del diritto di recesso. L’unica eccezione è il costo diretto della restituzione, il quale grava di regola sull’acquirente, almeno che il professionista non abbia concordato di volerlo sostenere, adottando la politica del c.d. “reso gratuito”, oppure quando abbia omesso di specificare che lo stesso sarebbe gravato sull’acquirente. Perfezionatasi la volontà del consumatore di recedere dal contratto, il professionista ha 14 giorni di tempo per rimborsare tutti i pagamenti effettuati dall’acquirente, ed è in ogni caso illegittima qualsiasi clausola che preveda delle limitazioni al rimborso delle somme versate.

Il diritto al recesso: una tutela per l’acquirente!

Ma non sempre questo è sufficiente. Se hai bisogno di assistenza legale contatta il nostro studio: tutela i tuoi diritti!

Articolo realizzato in collaborazione con la dottoressa Silvia Pellicani.

biotestamento

Biotestamento: cosa tutela la legge italiana

Nonostante la raccolta firme sul REFERENDUM PER L’EUTANASIA LEGALE abbia fatto molto riflettere,  molti sono i nodi da sciogliere sul fine vita, nella normativa italiana. Quali sono i limiti imposti ai cittadini riguardo al loro trattamento di fine vita e fino a che punto si possono spingere, da un lato, lo Stato, e dall’altra, la coscienza individuale, nel soddisfare i desideri delle persone riguardo ai loro ultimi attimi di vita? 

Cominciamo col dire che in Italia, attualmente, le possibilità individuali attribuite ai singoli cittadini riguardo al loro fine vita sono normate dalla Legge sul Testamento Biologico

Ma cos’è la Legge sul Testamento Biologico? 

Il legislatore, con la legge 219/2017, “Norme in materia di consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento”.è voluto intervenire su due fronti.

Da un lato, la legge promuove e rende più trasparente la relazione di cura e fiducia fra medico e paziente, disciplinando le modalità con cui si può esprimere il cosiddetto “Consenso informato”. In ogni momento, infatti, la persona può rivedere le sue decisioni, in particolare per quanto riguarda la rinuncia o il rifiuto di tutti gli accertamenti diagnostici o trattamenti sanitari, fra cui anche quelli che mantengono in vita il paziente. 

Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente, offrendogli però il supporto necessario e descrivendo le possibili conseguenze delle decisioni che il paziente, in quel momento, sta prendendo. In ogni caso, va garantita una adeguata terapia del dolore per alleviare le sofferenze del paziente. 

 Il secondo fronte è quello delle cosiddette DAT, ossia le Disposizioni Anticipate di Trattamento.

Si tratta di quello che è più conosciuto come “Biotestamento”.

Il Biotestamento è previsto dall’articolo 4 della legge 219/2017. L’articolo sancisce la possibilità, da parte del paziente, di esprimere la propria volontà in materia di trattamenti sanitari, in previsione di una futura incapacità di autodeterminarsi. Le DAT sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento e la loro redazione pò avvenire in diversi modi. 

L’intero corpus delle DAT sono raccolte in una Banca Dati Nazionale specifica, dove sono raccolti tutti i testamenti biologici che vengono poi consegnati a notai, Comuni o strutture sanitarie competenti. 

Due fronti, dunque: da un lato la capacità di decidere in merito al proprio trattamento sanitario quanto il paziente sia cosciente al momento della somministrazione dalle o delle terapie in oggetto. Dall’altro una tutela di tipo testamentario riguardo al proprio trattamento sanitario qualora il paziente non fosse in grado di confermare o rifiutare una terapia al momento della somministrazione.

Vuoi redigere il tuo testamento biologico? Un avvocato può aiutarti a farlo! 

Contatta il nostro studio: tutela i tuoi diritti! 

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Maria Monica Bassan

mandato a professionisti ed enti

Il mandato a professionisti ed enti

In un precedente articolo ci siamo già occupati dei concetti di rappresentanza e di procura, ma abbiamo ritenuto opportuno approfondire ulteriormente la materia, occupandoci di un altro istituto fondamentale: il mandato a professionisti ed enti

Innanzitutto, cos’è il mandato? 

Comincia tutto con il “mandato”. Quando ci si affida ad un professionista o ad un ente, sia pubblico che privato, per la gestione di affari giuridicamente rilevanti, l’interessato deve conferire mandato.  

Con mandato intendiamo un contratto consensuale, ad efficacia obbligatoria, con cui una parte, il mandatario, si obbliga a compiere uno o più atti giuridici per conto dell’altra, il mandante

Il mandato differisce dalla rappresentanza e dalla procura per la natura del suo oggetto: l’incarico, infatti, riguarda la gestione in un’attività giuridica altrui

Il mandato si presume oneroso.

Ciò significa che, se le parti nulla stabiliscono nel contratto, si presume che il mandatario svolga il proprio incarico dietro compenso. Tuttavia, nulla esclude che le parti possano stabilire la gratuità del contratto di mandato e che, quindi, il mandatario non riceva alcun compenso per la propria attività.

Il contratto di mandato si annovera fra i cosiddetti contratti “bilaterali imperfetti”.  Infatti, la prestazione del mandatario non trova la propria causa nel compenso, bensì nella fiducia riposta in lui dal mandante: il cosiddetto legittimo affidamento.   

Ai sensi dell’art. 1176 c.c., che disciplina la valutazione della diligenza nell’adempimento di un’obbligazione, il mandato deve essere eseguito con la diligenza del buon padre di famiglia , ossia con la diligenza dell’uomo medio.

Qualora, invece, si rilasci mandato nei confronti di un professionista, viene in rilievo il comma 2 dell’art. 1176 c.c.  

In questo caso, infatti, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata dal professionista incaricato, prendendo in considerazione la diligenza del professionista medio. Quindi, quando si conferisce mandato ad un professionista, sia esso un avvocato, un sindacato, o un altro ente, pubblico o privato, affinchè agisca nell’interesse del mandante per l’attività oggetto del mandato stesso, si può presumere che il professionista agirà con una diligenza qualificata.  In particolare, all’operatore professionale si richiede una diligenza in linea con le sue specifiche competenze. Per questo, la diligenza diventa criterio fondamentale per la valutazione della eventuale responsabilità del professionista.  

In particolare, se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, si può parlare di responsabilità professionale, secondo quanto disposto dagli artt. 1176, co 2 e 2236 del codice civile, nei soli casi di dolo o colpa grave.  

Infine, si deve sottolineare come l’obbligazione che nasce con il conferimento del mandato professionale sia di mezzi e non di risultato

Cosa significa “obbligazione di mezzi” e “obbligazione di risultato”? 

La differenza fra obbligazioni di mezzi e di risultato è fondamentale quando si parla di responsabilità del professionista. Le obbligazioni di mezzi sono quelle in cui il professionista è tenuto a svolgere un’attività determinata, senza assicurare che da ciò derivi un qualsivoglia esito.  

Nelle obbligazioni di risultato il professionista è invece obbligato a ottenere un certo risultato dall’attività svolta.  

Pertanto, l’oggetto della responsabilità del professionista consiste nel come si svolge l’attività prevista dal mandato, ben potendo non ottenere il risultato auspicato, ma agendo con ogni accortezza necessaria. La responsabilità del professionista è, quindi, una responsabilità contrattuale, poiché ha la sua origine nel contratto di mandato.  

Qualora il professionista non operi con la dovuta diligenza nell’esecuzione del mandato, il mandante può chiedere il risarcimento dell’eventuale danno arrecato dall’operato del professionista. Per evitare il risarcimento del danno, il professionista deve provare che la causa dell’errore era esterna alla sua sfera di controllo e di non aver potuto far niente per evitarlo. Questo nonostante l’applicazione della diligenza professionale.  

Per citare il parere ormai ampiamente consolidato della Suprema Corte,  

“Il professionista “medio”, ossia la figura ideale che costituisce il parametro di valutazione della condotta che si assume colposa, non corrisponde ad un professionista “mediocre”, ma ad un professionista “bravo”, ovvero sufficientemente preparato, zelante e solerte”. 

Per concludere, il professionista è tenuto, nel proprio ambito, ad operare con diligenza professionale e tale diligenza deve essere utilizzata ogniqualvolta gli venga conferito un mandato. Questo non è circoscritto al semplice atto per il quale è conferito, ma esteso a tutti gli atti che si riconnettono al primo, in quanto necessari per la corretta esecuzione del mandato stesso. Questo significa che, a partire dall’atto che necessita del mandato per essere risolto, il professionista dovrà tenere conto di tutti gli altri atti precedenti, se necessari a portare a buon fine l’azione.  

  

Dare mandato per la propria assistenza legale è più utile di quanto possa sembrare. Può capitare, infatti, di trovarsi nella condizione di aver bisogno di un professionista che dialoghi con istituzioni e controparti al nostro posto. Uno di questi casi si verifica quando veniamo colpiti da un decreto ingiuntivo:scopri come funziona

Hai bisogno di assistenza legale? Contatta il nostro studio: tutela i tuoi diritti! 

Articolo scritto in collaborazione con l’avvocato Alice Pizzo

atto di pignoramento

Atto di pignoramento presso terzi: cos’è, in cosa consiste e come si può reagire

L’atto di pignoramento presso terzi è un atto complesso tra l’azione del creditore procedente e l’ufficiale giudiziario, rivolto nei confronti del debitore e del terzo. Nell’atto è contenuta l’ingiunzione a non disporre dei beni pignorati con conseguente inefficacia degli atti dispositivi. Questo vale sia per il debitore che per il terzo che detenga tali beni, in quanto è soggetto agli obblighi del custode nei limiti dell’importo del credito  che si vanta, aumentato della metà.

In sede di udienza, ove saranno esplicitati tutti i crediti vantati dai terzi,  poi il giudice procederà all’assegnazione di quanto pignorato, nel rispetto di alcuni limiti.

Ecco cosa si può e non si può pignorare

Sono del tutto impignorabili:

  • crediti per sussidi di sostentamento;
  • crediti per sussidi di maternità, malattia, dovuti da enti di assistenza;
  • pensioni di invalidità.

Sono invece parzialmente impignorabili:

  • crediti alimentari, per stipendi e altre indennità, insieme ai crediti per tributi dovuti allo stato, province, comuni: sono pignorabili solamente nella misura di 1/5 dell’ammontare;
  • somme a titolo di pensione: pignorabili solo per la parte eccedente la msura massima mensile dell’assegno sociale (pari a € 468,11 per l’anno in corso)

Ci si può opporre a un atto di pignoramento?

È possibile proporre opposizione al pignoramento, sia da parte del debitore che da parte del terzo, perché non sussistono le condizioni di procedibilità o perché si contestano le modalità per vizi formali del processo esecutivo. Ciò tuttavia non sospende automaticamente gli effetti del pignoramento, ma sarà il giudice che in un apposita udienza valuterà.

La notifica di un un atto di pignoramento segna un momento delicato per chi lo riceve

Se sei un debitore, hai subito un pignoramento e non sai come comportarti, non affidarti alle tue sole forze: rivolgiti sempre a un legale. Se hai bisogno di assistenza in questo senso puoi rivolgerti al nostro studio: tutela i tuoi diritti! 

Articolo scritto in collaborazione con la dottoressa Lucrezia Zacchi